mercoledì, 19 dicembre 2007
SAPIENZA.
Dicono i saggi:
mica è da tutti sapere
perché lo struzzo non vola,
perché esistono i balconi
e perché la banana ha la buccia spessa.
Detto tra noi:
soprattutto va saputo che,
quando ti mettono in mano
una carta dorata,
può anche passare un po' di tempo,
ma tu usala.
Usala nel migliore dei modi.
mercoledì, 12 dicembre 2007
ELOGIO DEL TEMPO.
4/4.
Chiave di violino.
Tempo che salta
di battuta in battuta.
Fermo sulla prima nota,
piena o vuota,
guarda avanti e si chiede
tra un diesis e un bemolle
se sia il caso di indugiare,
ma poi continua a passare.
Tempo che ritma e ritorna
e trilla e rallenta
e gira su se stesso
e si diverte a improvvisare.
Ma del tempo, te l’ho detto,
ci si può fidare.
Tempo che ride
e tempo che scopre
e appoggia le dita e chiede le mani,
parte un applauso
che sfiora il soffitto
e il tempo riparte ed è già domani.
Un tempo,
ch’era a quel tempo,
ci sono state mattine,
dieci o anche cento,
in cui il tempo ha interrotto
il suo passo veloce
e con occhi discreti
si è fermato a guardare,
per poi prendere appunti,
come il tempo sa fare,
per tessere trame e strade indicare.
Metronomo folle,
città in movimento,
la vita che scorre
sotto un sole ormai spento,
le notti al computer,
le note perdute,
poi viene un giorno
e un locale in cui entro.
Un uomo sul palco
a cantare e parlare,
una donna vicina
da scoprire e ammirare.
Poi tempo che inventa
momenti nel tempo,
per dire parole
e gesti guidare,
e se ti fermi soltanto un momento
una promessa il tempo
te la può anche fare.
Beato chi raccoglie
la verità del tempo,
svelata in quattroquarti,
in un anno o in un momento.
A un certo punto
c’è qualcosa che inizia
e che cresce
e che gode del favore del tempo.
A occhi chiusi,
su un assolo di sax,
mentre spazzole carezzavano il rullante
e quattro corde costruivano strade,
nella penombra di un faretto spento,
è iniziato
il nuovo tempo.
(Dedicata a chi sa cosa significa)
venerdì, 07 dicembre 2007
ETIMOLOGIA MECCANICA.
“Buongiorno.
Devo far sistemare la mia auto.”
“Sistemare cosa?”
“La mia auto.”
“Quella?
Ragazzo, quello che c’è da sistemare
è il tuo vocabolario:
non puoi chiamare auto quella roba là!”
lunedì, 03 dicembre 2007
L’AMORE AI TEMPI DEL LUCCHETTO.
Cammino per le strade della città in cui vivo.
E, a più di 500 chilometri dalla Roma del Ponte Milvio,
ecco che, sulla ringhiera del piccolo fiume
che attraversa la città della corona ferrea,
cominciano a proliferare i lucchetti degli innamorati.
Dopo le tante scritte sui muri
“io e te tre metri sopra il cielo”,
ecco un’altra mocciosità
fare sfoggio di sé.
Così, mi fermo e rifletto.
Da una parte, mi viene da complimentarmi
con Moccia. Non entro nel merito
del valore del suo (e dei suoi) libri:
non li ho letti e non penso che li leggerò.
Ma sicuramente non è da tutti dare vita
a fenomeni di costume con una così capillare diffusione.
E generare usanze così velocemente.
Trovo quasi divertente la battaglia sopra i cieli:
ogni giorno appare un nuovo record:
vicino alla chiesa di mattoni rossi
c’è un “Io e te 12 metri sopra il cielo”,
dietro il cinema ho visto un
“Io e te 35 metri sopra il cielo”.
Una gara a chi ce l’ha più alto.
Vincerà sicuramente una coppia
di assistenti di volo.
Dall’altra parte, non posso trattenermi
dal sentirmi scoraggiato.
Dalla banalità, soprattutto.
Dalla mancanza di fantasia e originalità
e dal simbolismo assurdo.
La prima caratterizza tutti quelli
che non riescono neanche a trovare
un proprio modo per definire il loro amore.
Che valore ha un amore che
usa le parole di un altro?
La seconda è quella legata al lucchetto.
Non trovate pazzesco che il simbolo
dell’amore sia un lucchetto?
Una cosa cioè che serve a chiudere,
a imprigionare.
Ed è proprio questo il significato
che molte persone danno all’amore.
Sacrificio.
Rinuncia.
Legame forzato.
E’ diffusa la micidiale idea
che l’amore vada dimostrato
rinunciando a se stessi.
“Tu non scii. Non andrò a sciare
neanche io. Hai visto quanto ti amo?”.
“Tu non vuoi andare a teatro,
non ci andrò neanch’io.
Hai visto quanto ti amo?”.
Evidentemente non è un caso
che si dica “Ti amo da morire”.
E’ la via più facile:
ché impoverire se stessi
è probabilmente molto più semplice
che arricchire l’altro.
“Hey, mi sto trasformando
in un imbecille,
hai visto quanto ti amo?”
Generalmente, la coppia scoppia
dopo qualche anno,
quando i due sono diventati
delle amebe sacrificali.
Io credo che si dovrebbe dire
“Ti amo da vivere”.
Ché, se ami, è vita quella che ti scorre
nelle vene.
Io credo che più ami un’altra persona
e più dovresti provare il desiderio
di nutrire te stesso.
Non sto parlando di egoismo
né di non condivisione.
Sto parlando di un animale che si chiama coppia
e che ha bisogno di due anime colme
e due cuori traboccanti.
Chi rinuncia a se stesso
toglie un’anima a quell’animale.
Nel passato, si diceva
“Tu hai la chiave del mio cuore”.
Come a dire: “Libera il mio cuore
e saremo felici”.
Ora il cuore va allucchettato.
Chissà,
di questo passo,
il simbolo della passione
potrebbe essere la cintura di castità.
Ma forse dovrei smetterla
di riflettere su queste cose.
E abbandonarmi ai mutamenti del mondo.
Magari aprire un ferramenta proprio
davanti alla famigerata ringhiera.
L’amore – questo va detto –
non passa mai di moda.
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