venerdì, 20 luglio 2007
IL GRANDE LICENZIAMENTO.

Quella sera non sembrava poi tanto diversa dalle altre.
Il solito cielo, il solito sole che tramontava dietro i vulcani.
Eppure, al tempo stesso,
c’era qualcosa di completamente differente.
Come un sottile crepitìo,
come un impalpabile soffio di vento,
come il flebile odore prima del temporale.

Fu il Presidente stesso a far chiamare quello che,
fino a qualche tempo prima,
aveva giudicato come il migliore
e più promettente dei suoi.
E adesso, mentre lo aspettava,
nel suo grande e silenzioso ufficio, in piedi,
rivolto alla grande finestra che affacciava sul tutto,
sull’ora, su ciò che si muove,
cercava di capire le ragioni di quell’evidente
e ingiustificabile calo di rendimento.
Di quell’imprevedibile insuccesso.

Certo: il ruolo era dei più complicati.
Un crescendo di difficoltà
intriso di tensioni quasi impossibili da reggere.
E una dose di responsabilità inimmaginabile.
Una posizione di incredibile complessità.
Ma lo era stata sin dall’inizio
e questo non aveva influenzato i risultati:
sempre brillanti, sempre in crescendo.
A tratti, addirittura sbalorditivi.

Sì: aveva ammirato quel talento,
e non solo perché affidargli un tale,
importante e delicato compito
era stata una sua scelta.
L’aveva ammirato obiettivamente per l’innata capacità
di capire le situazioni e reagire nel modo più adatto.
Ne aveva apertamente elogiato il polso fermo,
quando i tempi avevano richiesto una severità
al limite della prepotenza.
Ne aveva encomiato la svolta verso
una maggiore tolleranza,
il mutamento di stile in favore di un messaggio
di comprensione e immensa generosità.
Era arrivato a supporre che tra tutti quanti
proprio quel pupillo così determinato
e valente fosse dotato delle qualità
per, un giorno lontano,
succedergli come Presidente.

Ma poi.
Un’immensa delusione.
E una pazienza che, lentamente,
si era sfilacciata. Fino a dissolversi.
Fino alla comprensione che non c’era
più altra scelta che sostituirlo.

Sentì bussare.
E senza badare alla propria voce
rispose di entrare.
Si voltò lentamente e
gli bastò una rapida occhiata
per capire che quel colloquio
sarebbe stato breve e pesante.
Breve quanto il tempo che l’altro aveva impiegato
a capire perché era stato chiamato.
Pesante come ogni ammissione di sconfitta.

Indicò, con un gesto del mento,
la grande sedia, quasi tronesca,
che fronteggiava la scrivania presidenziale.
“Ti chiederai perché”, disse quasi a se stesso.
“Me lo sono chiesto anch’io.
E la risposta è che è l’unica cosa giusta da fare.
E la mia carica mi impone esattamente questo:
fare ciò che è giusto, quando è giusto farlo.
E nel tuo caso ho aspettato anche troppo.

Eri partito bene. Anzi, ottimamente.
Ti sei fatto rispettare e ammirare.
Eri l’immagine stessa della forza,
della potenza, della grandezza.
Poi, quando non era più necessario
intimorire, ti sei fatto amare.
Elargendo attenzione e comprensione.
Chiedendo fiducia e ripagando
con la compassione e la partecipazione.
E poi…

… poi ti sei compiaciuto del tuo lavoro.
Hai osannato te stesso.
Hai venerato la tua immagine e il tuo operato.
Come uno scrittore che la critica
ha finalmente applaudito
o come un attore al suo primo Oscar,
ti sei beato della tua stessa gloria.
E, pieno di te,
ti sei svuotato dal resto.
Hai abbandonato.
Hai smesso di impegnarti.
Con la scusa facile che
le cose devono occuparsi da sole di accadere.
Eppure non era questo il tuo lavoro.
Bensì quello di farle accadere
nel modo giusto.
Come puoi intuire, non ho scelta.
E, se riesci a capire, non voglio averne.
Da questo momento
sei sollevato dal tuo incarico
e adibito a mansioni di secondo livello.”

Forse si era aspettato una reazione
di qualche tipo.
Ma l’altro taceva.
Col capo sprofondato tra le spalle.
E gli occhi rassegnati.
E quell’espressione da vittima.
Eppure nessuno che abbia avuto una scelta
è vittima.
E l’occupante di quella grande sedia
aveva avuto tutte le possibilità di scegliere.

Il Presidente annuì.
E lo congedò.
Senza troppe cerimonie.
Senza strette di mano o pacche sulle spalle.
Senza ultime parole incoraggianti.
Così l’altro, alzatosi,
si diresse a passo lento
verso la porta.
Quando fu sulla soglia,
prima di varcarla,
si voltò e attese il permesso di parlare.
Poi, espresse un’unica domanda.
“Se mi è consentito saperlo in anteprima,
chi sarà il mio successore?”
La risposta lo lasciò amareggiato.
Ma, soprattutto, sorpreso.

“Odino.
Il tuo successore sarà Odino.
Questi sono tempi
che richiedono fermezza
e forse anche un po’ di brutalità.
Odino ne sarà il perfetto interprete.”

Fu dopo quelle parole
che Javhè oltrepassò la soglia,
fece un accenno d’inchino
e, richiudendo la porta,
svanì dalla vista del Presidente.





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martedì, 17 luglio 2007

L’AMOREVOLE INCHIESTA.

L’andamento
(ma, visto che ormai non arrivano più risposte,
direi l’esito) della mia piccola inchiesta
ha portato a risultati interessanti.

Quando ho pubblicato la domanda, qui sul mio blog,
non volevo offendere nessuno
né (come qualcuno ha intepretato)
intendevo sposare a priori una o l’altra tesi.

Devo dirvi che le risposte sono state interessanti.
Ed è stato interessante anche un certo fenomeno:
la maggior parte delle risposte (ma mica tutte)
qui sul blog sono state  a favore di una “scelta d’amore”
svincolata da ogni pensiero monetario,
la maggior parte delle risposte arrivate via mail
(ma non tutte) hanno sostenuto la rilevanza
(diciamo per il 20/25%) della concretezza economica
nel valutare di investire o meno in una relazione d’amore.

L’età pare avere un suo peso, tra l’altro:
-  le donne sotto i 28 anni sembrano meno interessate al fatto che
qualche soldo in più può garantire una maggiore serenità della coppia    
(o della costruenda famiglia).
-  le donne tra i 28 e i 35 reputano (per varie ragioni,
alcune delle quali assolutamente condivisibili)
che una minima stabilità economica possa costituire
la base necessaria ai progetti futuri della coppia.
- le donne sopra i 35 chiedono più che altro attenzioni
(e, in qualche caso, si premurano di specificare che un uomo
con un conto in banca sofferente va bene,
ma un uomo che si affida alle loro finanze no).
- Grace di Pavia soppesa, più che altro, l’attrezzatura.

Nessuno vince e nessuno perde,
cari lettori e care lettrici.
Ma, tutto sommato,
viene da pensare che qualche buon motivo
per sorridere ci sia ancora.

Prossimamente valuterò quali possono essere le prossime inchieste.
Stavo pensando a: le dimensioni contano?
Oppure: le donne sanno che gli uomini possono
tranquillamente fingere l’orgasmo?
O ancora: quanti di voi, prima di andare a votare,
leggono i programmi dei partiti
(che ve lo devo dire: io proibirei il voto a chi non legge
i programmi dei partiti,
come proibirei di presentarsi alle elezioni
a quei partiti che non scrivono programmi chiari
e soprattutto dettagliati, sul cosa vogliono fare
e come intendono ottenere i risultati.
Che a promettere meno tasse e più orgasmi
sono stati sempre bravi tutti, ma nessuno ci è riuscito).
E infine: qual è la peggior bestemmia
che vi viene in mente?
(Questa l’ho già formulata via mail
e la risposta, a parte pochi casi, è sempre
stata definita da una parolaccia rivolta
a una divinità. Strano: per me la peggior bestemmia
è educare male un figlio, maltrattare una donna,
non tendere a migliorare se stessi.
Una persona mi ha risposto “Per me, la peggior
bestemmia è vivere male la propria vita”.
Credo che sia un’ottima risposta.
Per tutti. Per chi, come me, è ateo
e per chi crede in qualche dio.)

Ora rubo qualche riga per
ringraziare chi ha risposto qui:
#1: Raffaella: già, si sapeva: d’altronde il tuo uomo
ha ville in campagna e tope in gabbia!
#2: v.: tu sei saggia (ma questo già si sapeva).
#3: Giada: i gettoni! i gettoni! E l’odore che lasciavano
sulle mani? Chissà com’è un uomo ricco di gettoni?
(Lo so: c’è ancora un aperitivo in ballo. Non lo scordo.
E’ solo questione di quando. Tu abbi pazienza.)
#4: Grace: ti auguro una grande felicità.
#5: Barbara: che dirti? E’ bello averti letta sul mio blog!
(Certo prima o poi bisogna organizzare un’altra
cena con voi ragazze!).
#6: Anonima Viviz: finché mi dai ragione, va tutto bene!
Intanto, ripassati qualche disco del buon Peter!
#7, #16: Assu: è sempre un piacere leggere le tue risposte:
chiarezza con cuore e simpatia. Merce rara!
#8: Mikela: Ma non lo sapevi che ormai il cervello è sostituito
da un chip nel cellulare? Arte, letteratura, musica e attualità…
fosse sempre così!
#9: Clara-Ropael: Pensa che sono così tonto che solo
qualche giorno fa mi sono reso conto del significato del
tuo nickname! E’ un bel significato, hai fatto bene a sceglierlo.
Quella sì che è ricchezza.
#10: Antonio: che dirti? Io una che sta con me per la salsiccia
o il portafogli (anche se al 50%) non la voglio. Sbaglio?
#11: Moreno9000: Concordo. O forse no: alla fine,
ogni risposta va interpretata, non solo letta. No?
#12: Lauraetlory: un inchino di ringraziamento. Niente Porsche,
stai tranquilla. Ma apprezzamenti per la risposta sincera.
#13: Occhichiusi: “un abbraccio senza scopo di lucro” sembra quasi
un perfetto haiku!
#14: anonimo: te lo confesso, stavo per cancellare il tuo commento.
Perché mi dà fastidio che qualcuno usi il mio blog per abbaiare
contro qualcun altro. Oltre tutto, non firmandosi.
Poi ho deciso di lasciarlo lì. Ma, credimi, non ci fai una bella figura.
#15, #17, #18: Abo: strano che non sapessi del mio blog:
ne parlano ogni giorno tutti i giornali! Appena smetto di lavorare
15 ore al giorno mi faccio vivo! Così mi racconti come si stava in B!
#19: Occhichiusi (il ritorno): mica ti devi scusare. Non tu!
#20, #21: MC: Tu sballi le percentuali del sondaggio!
Per restare nella media dovresti dichiararti tenuemente interessata
a una certa serenità bancaria. Ma donne come te,
se vuoi un parere, stanno meglio fuori dalle medie. Un inchino.
#22: Poetienon: bisogna razziare tra le giovinette dici?
 
Ringrazio anche Cami (la signora!), So (che migliora di anno in anno),
Silvia (che non aveva l’età!), Jane (che ha scritto da Iona)
e tutte le altre persone che hanno risposto.

Ora, fatevi una domanda
e datevi una risposta.




postato da: capitansqualo alle ore 00:39 | Permalink | commenti (5)
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lunedì, 09 luglio 2007
T’AMO, RICCO BOVE.

OVVERO: UNA PICCOLA INCHIESTA.

Sabato,
chiacchierando con un caro amico,
si sono toccati temi da ampia riflessione.

Qualcosa potrebbe aver influenzato
o perlomeno obnubilato
le nostre conclusioni.
Per esempio, il fatto di essere due amici,
uomini, poco sopra il lago di Lecco,
a pranzo, in un’afosa giornata di luglio.
E, in particolar modo,
la bottiglia (vuota) di Sassella,
i due piatti (vuoti) di pizzoccheri
e i due bicchieri (vuoti) di amaro
(in realtà, uno di amaro e uno di grappa).

Ma.

Ma per varie ragioni trovo interessante
l’argomento e mi piacerebbe capirne di più.
Quindi, sfrutto il mio blog
e lancio una domanda.
Sperando che qualcuno di voi,
fantastici lettori e, soprattutto,
meravigliose lettrici,
abbia voglia di rispondere.

La domanda è:
al giorno d’oggi, le ragazze/donne
tra i 30 e i 35 anni
(ma va bene anche tra i 28 e i 33 o tra i 32 e i 37),
in vista di una relazione tesa a costruire
e non solo a giocherellare in un letto,
quanto importante considerano
lo status economico del potenziale partner?

Intendo dire: quanto conta nella decisione
di buttarsi nella relazione
a braccia aperte il fatto che
l’uomo in questione
possieda o meno la casa in cui vive,
sia proprietario di un’auto di prestigio
oppure di una scassatissima utilitaria,
vada in vacanza abitualmente in luoghi
costosi oppure si debba accontentare di vacanze economiche,
frequenti locali alla moda o ripieghi su birrerie,
abbia un rassicurante introito mensile oppure faccia un po’ di fatica
ad arrivare a fine mese?

Potete rispondermi come volete.
Ogni risposta è lecita: “Conta”, “Non conta”,
“15%”, “100%” “Sei scemo”, “Evviva Brad Pitt”.

Datemi la risposta che ritenete più sincera.
Mandatemi anche le risposte dei vostri amici
o delle vostre amiche.

Naturalmente, credo che le risposte
più rivelatrici siano quelle delle donne
comprese nella fascia d’età indicata.

Potete rispondere nella sezione commenti del blog
(possibilmente indicando sesso ed età)
oppure mandandomi una mail a
scripta@postscriptum.it

Vi ringrazio.
E prometto di farvi avere al più presto
aggiornamenti (non mancando
di correlarli con le mie solite,
farfugliose riflessioni).


postato da: capitansqualo alle ore 10:28 | Permalink | commenti (22)
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domenica, 08 luglio 2007
SI MUORE DI MORTE.

Quando ti butti giù
da un ponte
oppure ti fai investire
da un treno,
non è la caduta
a ucciderti,
non è l’impatto
con il locomotore:
è la voglia di morire.
Solo quella.
Nient’altro.

Ché c’è poco da inventare,
si muore solo di due cause:
la morte o la voglia di morire.


postato da: capitansqualo alle ore 23:32 | Permalink | commenti (3)
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giovedì, 05 luglio 2007
L’UMPO RISPOSE.

Si narra che
il consiglio dei Barbalberi
si riunì in sessione plenaria.

Muovendo la chioma fogliuta,
questionarono e dibatterono
e disquisirono e battagliarono
al fine di distillare la domanda perfetta.

Ché doveva pur esisterne
una che fosse la summa
di tutte le possibili frasi
interrotte da quell’inquisitorio uncino puntato.

Trascorsero, si dice,
notti di plenilunio
in numero superiore a due
e inferiore a otto.

Venne quindi il giorno
del dire, del chiedere e dell’ascoltare.
Seduti su legni quadrupedi,
interpellanti e giudizievoli,
dardeggiarono senza indugio un astante,
sopraggiunto al richiamo del calendario.

Ed egli,
Umpo nonché Lumpo,
rispose.

Fino a quando, esitanti
per il timore dell’intensità
di un tale atto,
chiosarono l’intero dibattimento
con quel pregnante quesito.

Dissero: “Ne vuoi altre?”.
E l’Umpo, alzandosi e ringraziando,
allontanandosi senza voltar loro le spalle,
camminando con passi lievi,
godendosi un venticello
fino a quel momento sopito,
rispose.

“No”.

P.S. Bravo, Umpo.



postato da: capitansqualo alle ore 22:51 | Permalink | commenti (3)
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