IL GRANDE LICENZIAMENTO.
Quella sera non sembrava poi tanto diversa dalle altre.
Il solito cielo, il solito sole che tramontava dietro i vulcani.
Eppure, al tempo stesso,
c’era qualcosa di completamente differente.
Come un sottile crepitìo,
come un impalpabile soffio di vento,
come il flebile odore prima del temporale.
Fu il Presidente stesso a far chiamare quello che,
fino a qualche tempo prima,
aveva giudicato come il migliore
e più promettente dei suoi.
E adesso, mentre lo aspettava,
nel suo grande e silenzioso ufficio, in piedi,
rivolto alla grande finestra che affacciava sul tutto,
sull’ora, su ciò che si muove,
cercava di capire le ragioni di quell’evidente
e ingiustificabile calo di rendimento.
Di quell’imprevedibile insuccesso.
Certo: il ruolo era dei più complicati.
Un crescendo di difficoltà
intriso di tensioni quasi impossibili da reggere.
E una dose di responsabilità inimmaginabile.
Una posizione di incredibile complessità.
Ma lo era stata sin dall’inizio
e questo non aveva influenzato i risultati:
sempre brillanti, sempre in crescendo.
A tratti, addirittura sbalorditivi.
Sì: aveva ammirato quel talento,
e non solo perché affidargli un tale,
importante e delicato compito
era stata una sua scelta.
L’aveva ammirato obiettivamente per l’innata capacità
di capire le situazioni e reagire nel modo più adatto.
Ne aveva apertamente elogiato il polso fermo,
quando i tempi avevano richiesto una severità
al limite della prepotenza.
Ne aveva encomiato la svolta verso
una maggiore tolleranza,
il mutamento di stile in favore di un messaggio
di comprensione e immensa generosità.
Era arrivato a supporre che tra tutti quanti
proprio quel pupillo così determinato
e valente fosse dotato delle qualità
per, un giorno lontano,
succedergli come Presidente.
Ma poi.
Un’immensa delusione.
E una pazienza che, lentamente,
si era sfilacciata. Fino a dissolversi.
Fino alla comprensione che non c’era
più altra scelta che sostituirlo.
Sentì bussare.
E senza badare alla propria voce
rispose di entrare.
Si voltò lentamente e
gli bastò una rapida occhiata
per capire che quel colloquio
sarebbe stato breve e pesante.
Breve quanto il tempo che l’altro aveva impiegato
a capire perché era stato chiamato.
Pesante come ogni ammissione di sconfitta.
Indicò, con un gesto del mento,
la grande sedia, quasi tronesca,
che fronteggiava la scrivania presidenziale.
“Ti chiederai perché”, disse quasi a se stesso.
“Me lo sono chiesto anch’io.
E la risposta è che è l’unica cosa giusta da fare.
E la mia carica mi impone esattamente questo:
fare ciò che è giusto, quando è giusto farlo.
E nel tuo caso ho aspettato anche troppo.
Eri partito bene. Anzi, ottimamente.
Ti sei fatto rispettare e ammirare.
Eri l’immagine stessa della forza,
della potenza, della grandezza.
Poi, quando non era più necessario
intimorire, ti sei fatto amare.
Elargendo attenzione e comprensione.
Chiedendo fiducia e ripagando
con la compassione e la partecipazione.
E poi…
… poi ti sei compiaciuto del tuo lavoro.
Hai osannato te stesso.
Hai venerato la tua immagine e il tuo operato.
Come uno scrittore che la critica
ha finalmente applaudito
o come un attore al suo primo Oscar,
ti sei beato della tua stessa gloria.
E, pieno di te,
ti sei svuotato dal resto.
Hai abbandonato.
Hai smesso di impegnarti.
Con la scusa facile che
le cose devono occuparsi da sole di accadere.
Eppure non era questo il tuo lavoro.
Bensì quello di farle accadere
nel modo giusto.
Come puoi intuire, non ho scelta.
E, se riesci a capire, non voglio averne.
Da questo momento
sei sollevato dal tuo incarico
e adibito a mansioni di secondo livello.”
Forse si era aspettato una reazione
di qualche tipo.
Ma l’altro taceva.
Col capo sprofondato tra le spalle.
E gli occhi rassegnati.
E quell’espressione da vittima.
Eppure nessuno che abbia avuto una scelta
è vittima.
E l’occupante di quella grande sedia
aveva avuto tutte le possibilità di scegliere.
Il Presidente annuì.
E lo congedò.
Senza troppe cerimonie.
Senza strette di mano o pacche sulle spalle.
Senza ultime parole incoraggianti.
Così l’altro, alzatosi,
si diresse a passo lento
verso la porta.
Quando fu sulla soglia,
prima di varcarla,
si voltò e attese il permesso di parlare.
Poi, espresse un’unica domanda.
“Se mi è consentito saperlo in anteprima,
chi sarà il mio successore?”
La risposta lo lasciò amareggiato.
Ma, soprattutto, sorpreso.
“Odino.
Il tuo successore sarà Odino.
Questi sono tempi
che richiedono fermezza
e forse anche un po’ di brutalità.
Odino ne sarà il perfetto interprete.”
Fu dopo quelle parole
che Javhè oltrepassò la soglia,
fece un accenno d’inchino
e, richiudendo la porta,
svanì dalla vista del Presidente.
Quella sera non sembrava poi tanto diversa dalle altre.
Il solito cielo, il solito sole che tramontava dietro i vulcani.
Eppure, al tempo stesso,
c’era qualcosa di completamente differente.
Come un sottile crepitìo,
come un impalpabile soffio di vento,
come il flebile odore prima del temporale.
Fu il Presidente stesso a far chiamare quello che,
fino a qualche tempo prima,
aveva giudicato come il migliore
e più promettente dei suoi.
E adesso, mentre lo aspettava,
nel suo grande e silenzioso ufficio, in piedi,
rivolto alla grande finestra che affacciava sul tutto,
sull’ora, su ciò che si muove,
cercava di capire le ragioni di quell’evidente
e ingiustificabile calo di rendimento.
Di quell’imprevedibile insuccesso.
Certo: il ruolo era dei più complicati.
Un crescendo di difficoltà
intriso di tensioni quasi impossibili da reggere.
E una dose di responsabilità inimmaginabile.
Una posizione di incredibile complessità.
Ma lo era stata sin dall’inizio
e questo non aveva influenzato i risultati:
sempre brillanti, sempre in crescendo.
A tratti, addirittura sbalorditivi.
Sì: aveva ammirato quel talento,
e non solo perché affidargli un tale,
importante e delicato compito
era stata una sua scelta.
L’aveva ammirato obiettivamente per l’innata capacità
di capire le situazioni e reagire nel modo più adatto.
Ne aveva apertamente elogiato il polso fermo,
quando i tempi avevano richiesto una severità
al limite della prepotenza.
Ne aveva encomiato la svolta verso
una maggiore tolleranza,
il mutamento di stile in favore di un messaggio
di comprensione e immensa generosità.
Era arrivato a supporre che tra tutti quanti
proprio quel pupillo così determinato
e valente fosse dotato delle qualità
per, un giorno lontano,
succedergli come Presidente.
Ma poi.
Un’immensa delusione.
E una pazienza che, lentamente,
si era sfilacciata. Fino a dissolversi.
Fino alla comprensione che non c’era
più altra scelta che sostituirlo.
Sentì bussare.
E senza badare alla propria voce
rispose di entrare.
Si voltò lentamente e
gli bastò una rapida occhiata
per capire che quel colloquio
sarebbe stato breve e pesante.
Breve quanto il tempo che l’altro aveva impiegato
a capire perché era stato chiamato.
Pesante come ogni ammissione di sconfitta.
Indicò, con un gesto del mento,
la grande sedia, quasi tronesca,
che fronteggiava la scrivania presidenziale.
“Ti chiederai perché”, disse quasi a se stesso.
“Me lo sono chiesto anch’io.
E la risposta è che è l’unica cosa giusta da fare.
E la mia carica mi impone esattamente questo:
fare ciò che è giusto, quando è giusto farlo.
E nel tuo caso ho aspettato anche troppo.
Eri partito bene. Anzi, ottimamente.
Ti sei fatto rispettare e ammirare.
Eri l’immagine stessa della forza,
della potenza, della grandezza.
Poi, quando non era più necessario
intimorire, ti sei fatto amare.
Elargendo attenzione e comprensione.
Chiedendo fiducia e ripagando
con la compassione e la partecipazione.
E poi…
… poi ti sei compiaciuto del tuo lavoro.
Hai osannato te stesso.
Hai venerato la tua immagine e il tuo operato.
Come uno scrittore che la critica
ha finalmente applaudito
o come un attore al suo primo Oscar,
ti sei beato della tua stessa gloria.
E, pieno di te,
ti sei svuotato dal resto.
Hai abbandonato.
Hai smesso di impegnarti.
Con la scusa facile che
le cose devono occuparsi da sole di accadere.
Eppure non era questo il tuo lavoro.
Bensì quello di farle accadere
nel modo giusto.
Come puoi intuire, non ho scelta.
E, se riesci a capire, non voglio averne.
Da questo momento
sei sollevato dal tuo incarico
e adibito a mansioni di secondo livello.”
Forse si era aspettato una reazione
di qualche tipo.
Ma l’altro taceva.
Col capo sprofondato tra le spalle.
E gli occhi rassegnati.
E quell’espressione da vittima.
Eppure nessuno che abbia avuto una scelta
è vittima.
E l’occupante di quella grande sedia
aveva avuto tutte le possibilità di scegliere.
Il Presidente annuì.
E lo congedò.
Senza troppe cerimonie.
Senza strette di mano o pacche sulle spalle.
Senza ultime parole incoraggianti.
Così l’altro, alzatosi,
si diresse a passo lento
verso la porta.
Quando fu sulla soglia,
prima di varcarla,
si voltò e attese il permesso di parlare.
Poi, espresse un’unica domanda.
“Se mi è consentito saperlo in anteprima,
chi sarà il mio successore?”
La risposta lo lasciò amareggiato.
Ma, soprattutto, sorpreso.
“Odino.
Il tuo successore sarà Odino.
Questi sono tempi
che richiedono fermezza
e forse anche un po’ di brutalità.
Odino ne sarà il perfetto interprete.”
Fu dopo quelle parole
che Javhè oltrepassò la soglia,
fece un accenno d’inchino
e, richiudendo la porta,
svanì dalla vista del Presidente.
