giovedì, 31 maggio 2007
OMBRE E LUCE.
Il buio è un mondo che mi piace.
Da sempre.
Sin da bambino.
E mi piace ancora di più
da quando sono diventato adulto.
Mi piace perché amplifica
i sensi che usiamo di meno.
Il tatto, l'olfatto, il gusto.
Siamo troppo schiavi della vista!
In parte, forse,
dipende anche dalla sensibilità dei miei occhi,
ma odio le luci forti, i neon,
le stanze molto illuminate.
Odio la realtà senza ombre.
E’ cinica, bieca, stridente.
E, invece, mi fa sospirare d’emozione
una stanza illuminata dal fuoco di un camino
oppure da candele.
O da luci calde dirette sul muro.
Ombre e luce.
In fin dei conti è anche quello che siamo noi.
Umani visibili e nascosti.
Mi piace il buio.
O la penombra.
Alla tenue luce di una candela
un bicchiere di vino ha più gusto,
racconta storie,
inebria,
un pezzo jazz avvolge,
coinvolge e si fa sinuoso,
un bacio rapisce.
Forse è anche perché la penombra
è una sorta di terra di mezzo
tra la verità e il sapore che amiamo darle.
mercoledì, 30 maggio 2007
FRASE DEL GIORNO.
I soldi costano.
sabato, 26 maggio 2007
TANTI PERCHE’ E NESSUNA DOMANDA.
Perché minaccia pioggia e allora
mollo la moto sotto casa di Anto e salgo.
Perché Max parla con passione e allora
li interrompo col gioco del “Serve un chitarrista?”.
Perché fuori fa caldo, dentro anche,
e allora a stare tra amici te ne scordi un po’.
Perché mi spunta in mano una chitarra
e allora non c’è che accordarla e suonare.
Perché Max ha un foglietto di parole
e allora servono note per fargliele cantare.
Perché l’elettrica ha le corde vecchie,
che non tengono, e allora giù a giocare con
l’acustica, quella dura, che taglia le dita.
Perché Raffaella va di là a fare il caffè
e si addormenta in un attimo sul divano
e allora via ad accostare la porta
e concentrarci sulla secondo strofa.
Perché la mente va liberata
tra un re e un sol, e allora un mi,
come un elastico tirato troppo,
torna al do in un modo ancora tutto da studiare.
Perché pian piano le note si trovano,
come incontri agli angoli della strada,
e allora qualcosa inizia a funzionare.
Perché Anto ci sa fare col piano
e, se fuori piove a caso,
qui le note scendono con consapevolezza
e allora un do diventa pavimento
e regge tutto un ritornello.
Perché ho detto a Max che ho due pezzi
e allora lui, giustamente, li vuole sentire.
Perché la tastiera di Anto diventa
un violoncello e allora il mio arpeggio
si fa più dolce.
Perché poi il violoncello diventa
un coro di fanciulle elfiche
e allora dico “Le elfiche” e ridiamo.
Perché Max si distrae e
allora io e Anto
partiamo tra gioco e follia,
armoniche che si inseguono
e chiacchiere di fate in riva a un lago.
Perché Max ride
e fuori non piove più
e allora giunge il tempo di andare.
Perché ci vuole un ritmo per ogni cosa,
dal lavarsi i denti al decidere la vita,
e allora guido cantando
e muovendo la moto a tempo.
Perché così tanti perché, per essere risposte,
avrebbero bisogno di almeno una domanda.
Oppure no.
Ché la vita
è piena di domande senza risposte,
che vuoi che faccia
qualche risposta senza domande?
venerdì, 25 maggio 2007
SCRIBA & THE CITY.
Ovvero: Londra in differita.
Puntata 5: 29 aprile.
Ultima puntata.
Ore 10.50.
Sto avendo il mio caffè.
Sono stato camminante per un lungo tempo e
alla fine ho raggiunto Oxford Street.
Ok, smetto di tradurre piattamente dall’inglese!
E vi racconto questo: in Bayswater,
la domenica, i pittori attaccano i loro quadri
alle inferiate che cintano Hyde Park.
E li vendono.
Il risultato è una pluri-personale lunga qualche chilometro.
Molto piacevole e mutevole.
Ho visto lavori interessanti e anche cose orripilanti.
Ma l’effetto d’insieme mi ha messo di buon umore.
Scorrevano al mio fianco pitture d’ogni tipo,
cangianti, variopinte e variodipinte.
Mi sembrava di spostarmi non a lato dei quadri,
ma in paesaggi diversi.
Come se fossi stato in parte a Londra
e in parte in quei luoghi di pittura.
Come se mi fossi mosso contemporaneamente
in entrambi i mondi.
Camminando su una collina irsuta
di alberi da frutto e superando un autobus
fermo, due piani rossi e la pubblicità
di un nuovo musical sul lato.
Tuffandomi nell’oceano in tempesta,
punteggiato da velieri con i cannoni ringhianti
e attendendo il verde per attraversare un incrocio.
Affacciandomi alle porte di casette naif
ed evitando una bimba lanciata
a folle velocità all’inseguimento
di una pallina rossa.
Passando sotto un arco
e sbucando in una stanza di ballerine fuori fuoco.
Costeggiando laghetti ed evitando per un soffio colorato
angoli puntuti, linee ossessive
e un taxi nero e grosso.
L’ultimo quadro era un tavolino,
su moquette, circondato da tre poltroncine.
Una tazza bianca e grande appoggiata
su un piattino dello stesso colore.
Dentro un liquido nero e denso,
intorno il legno lucido del tavolo.
Su una poltrona
un tale con davanti un blocco di fogli
e in mano una penna.
Davanti ai suoi occhi, un grande specchio.
E, nello specchio, il mio sguardo.
Sto finendo i fogli.
Quelli su cui scrivo o mi appunto con immensa ingenuità
quanto leggerete in differita.
Ingenuità perché chiunque mi conosca sa che
la mia calligrafia raggiunge livelli di illeggibilità inauditi.
E’ cacografia pura.
Per capirci: non riesco a rileggerla nemmeno io.
E, finché sono appunti di viaggio,
è una cosa. Ma se pensate
che la mia scrivania (e gli spazi intorno)
è costellata di foglietti carichi di appunti
su cose da fare, pensare, ricordare,
cercare e che, nella maggioranza dei casi,
non riesco a decifrarli, questo è peggio.
Mia sorella è medico e ha una bella grafia.
Io, di mestiere, scrivo. E non si capisce
una lettera che sia una.
Non ci sono più certezze.
Ci vorrebbe una Stele di Rosetta
dedicata a me.
Forse potrei scrivere su tela
ed esporre lungo Bayswater.
Va beh, mi scrivo un appunto mentale:
finisci il caffè e muoviti verso il British!
Ore 13.35.
Visto che due minuti fa mi trovavo in Covent Garden,
sulla via per il British Museum,
e stavo praticamente passando
davanti al celeberrimo Punch&Judy
e il mio iPod, nella disposizione casuale
dei brani, ha scelto di farmi scivolare
nelle orecchie proprio “Punch&Judy”
dei Marillion, l’ho preso come un segnale.
Dove credete che stia pranzando?
Già: Punch&Judy.
I Marillion non ci sono.
C’è Fish, ma con Chips.
Sto pensando che, nel mio prossimo viaggio,
nella prossima città da perlustrare,
che sarà probabilmente Praga o Lisbona o Dublino,
ho la scelta se portarmi la macchina fotografica
e scattare centinaia di diapo oppure
intervistare la gente, prendendo appunti,
lasciando spazio non tanto per ciò
che hanno da rispondere
quanto per ciò che hanno da narrare.
Ora sto bevendo la mia Guinness
e mangiando la mia torta alla carne.
(bisbigliato: se volete un parere,
se cercate un pub autenticamente English,
lasciate perdere questo!)
Lo so: avrei già dovuto essere al museo,
solo che ho fatto un errore.
Risalendo Charing Cross, ho deciso di passare
per le vie interne. E ho svoltato in una vietta
lunga due o trecento metri e
arginata da negozi di strumenti musicali.
Intendo uno di fianco all’altro
su entrambi i lati della strada.
Si chiama Denmark Street e
l’effetto, per chi suoni o strimpelli o
si compiaccia di ammirare strumenti
musicali nuovi o vintage,
è quello delle sabbie mobili.
Ma molto più piacevole.
Ore 18.30.
Note dal British.
E’ molto pulito, luminoso e arioso.
E’ pieno di gente, ma ci si muove con agio.
All’ingresso, anche qui,
essendo un museo gratuito,
c’è un’enorme teca di plexiglass
in cui tuffare le proprie offerte.
Affido due sterline alla compagnia
di quelle di chi mi ha preceduto.
E inizio l’esplorazione.
Primo stop.
La Stele di Rosetta è una pietra scura,
grande, su cui è stato scritto (inciso, per inciso)
un decreto del 196 A.C.
Ora, ciò che conta è che il decreto è stato
scritto in tre lingue e questo ha consentito
di fare notevoli passi avanti nella
decifrazione dei geroglifici egiziani.
Come se uno abbinasse
ai miei fogli per appunti
le stesse cose scritte in bella grafia
(quindi da qualcun altro).
Forse si potrebbe capire
a che diavolo di parola corrisponde
quella specie di serpentello
con un ghirigoro all’inizio e
un paio di ondine alla fine.
In ogni caso:
la Stele di Rosetta è contenuta in una teca
ed è visibile da ogni lato.
C’è anche un cartello che spiega
di cosa si tratta.
La gente la fotografa,
la rifotografa, si fotografa davanti alla pietra
e si fa fotografare davanti alla pietra.
Poi se ne va.
Ecco: sembra che sia più importante
avere le prove di esserci stati
piuttosto che capire cosa si sta guardando.
Fino a qualche tempo fa
la gente andava al museo
e poi, quando tornava,
la conversazione era legata a ciò che aveva
visto e a ciò che aveva capito o imparato o provato.
A: “Hey, dove sei stato?”
B: “Al museo!”
A: Che roba! E cos’hai visto?”
Oggi, no.
Oggi è più una roba così:
A: “Hey, dove sei stato?”
B: “Al museo!”
A: Che roba! E cos’hai fotografato?”
Procedo e arrivo nella sezione Assira.
Che effetto!
Gli assiri ci sapevano davvero fare.
D’altronde la Mesopotamia, al tempo,
era il paradiso in terra.
Oggi non ci si vive mica tanto bene.
Davanti a queste sculture e questi immensi
portali (no, hey, no! Non sto parlando di Internet!)
viene da riflettere su quanto, a quei tempi,
la grandezza si dimostrasse con la grandezza.
Le dimensioni portavano fama.
Ben prima dell’avvento di John Holmes.
Salgo uno scalone e, a metà rampa,
m’imbatto in Discobolo.
E’ esattamente come lo ricordavo:
attorcigliato su se stesso, con quel freesbee in mano.
Roba che se mi metto io così,
in quella posizione,
mi devono srotolare al pronto soccorso ortopedico.
Ma c’è poco da fare: io e lui siamo quasi amici.
Un’interrogazione da 7 e 1/2 in quarta o quinta ginnasio!
Certo che qui, a ornare la scala…
Mirone non sarebbe contento.
Forse neanche Argan.
Mi viene voglia di lasciare a Discobolo
il mio iPod. Le cuffie nelle orecchie,
per evitargli l’umiliazione dell’incomprensione
dei passanti, e l’iPod in mano,
al posto del disco.
Ché tanto, a quanto dicono,
i dischi sono finiti da un pezzo.
E, invece, credo che il disco di Discobolo
si troverebbe bene tra i miei Lp.
Un’altra riflessione è quella che nasce
spontanea davanti al Partenone.
Non il Partenone ad Atene,
ché là non c’è: è tutto qui.
Spalmato lungo il perimetro di un paio di stanzoni.
Ci sono stato lassù,
sull’Acropoli,
due o tre volte.
Eppure il Partenone è qui.
Chissà che non senta la nostalgia di casa.
Credo si sentisse più felice là,
in cima a quelle colonne dai capitelli…
(interrogazione: come sono i capitelli del Partenone?
Mandatemi la risposta e chi verrà estratto vincerà
un’apparizione su questo blog!)
a lasciar planare lo sguardo fino al mare,
sorvegliando il Pireo, in attesa di navi
cariche di merci o di flotte nemiche,
magari persiane.
Anche le Cariatidi sono qui,
nella stanza accanto.
Mi viene un dubbio:
ma in questo museo, che si chiama British,
che cosa c’è di british?
L’interesse maggiore sembrano destarlo
sempre loro: le mummie.
Se vi interessano (o se vi interessa
l’Antico Egitto), consiglierei,
nell’eventualità di non recarvi al Cairo,
una gita al Museo Egizio di Torino.
In ogni caso, il fascino di un corpo
morto da tanto tempo e nudo
sembra esercitare un fascino irresistibile.
Forse dovremmo tornare a mummificare
i nostri cadaveri e al posto dei cimiteri
aprire grandi musei.
Con due o tre euro a ingresso,
potremmo seppellire il debito pubblico.
All’uscita dal British
mi ferma una gentile ragazza che
mi chiede il permesso di intervistarmi.
Non ho fretta e quindi
l’intervista va avanti per quasi tre quarti d’ora.
Le domande lanciano l’opportunità
per fare qualche considerazione,
a metà strada tra le riflessioni
sul museo e i musei della città
e una chiacchierata piacevole.
Solo alla fine dell’intervista,
mi chiede la nazionalità.
Mi svelo italiano.
Ride: è italiana anche lei.
Ciononostante, nessun mandolino suona,
non appaiono tavoli con tovaglie a quadri
bianchi e rossi e noi non gesticoliamo
come forsennati.
Lei mi consiglia un giro alla Serpentine Gallery
(un buon consiglio, devo dire).
Poi ci salutiamo.
(Stavate aspettando il finalone alla film romantico, eh?)
Tra il British e Leicester,
mi imbatto in un negozio fenomenale.
Riproduzioni della spada laser di Luke Skywalker,
maschera da Yoda,
ritratti di Lupin III e, addirittura,
una maglietta di Cristo Amicone!
La temperatura è perfetta,
c’è un filo di vento e
sembra che anche il meteo sappia che
è domenica.
Ore 3.58.
Il resto è storia.
Una breve storia di passi verso Leicester.
Di una birra nel pub sbagliato
(“chissà perché sono tutti uomini qui dentro?”),
all’ora sbagliata (“chissà perché sono tutti uomini
qui dentro e sono a coppie?”), con il tempo
di reazione sbagliato (“chissà perché sono tutti uomini
qui dentro e sono a coppie e quei due mi sorridono?”),
seduto sullo sgabello sbagliato
(“chissà perché sono tutti uomini qui dentro
e sono a coppie e quei due mi sorridono
e questo qui si è seduto vicino a me
e mi fa gli occhi dolci?”), ma con una decisione
salvifica sul finale (“chissà perché sono tutti uomini
qui dentro e sono a coppie e quei due mi sorridono
e questo qui si è seduto vicino a me
e mi fa gli occhi dolci? Meglio finire la mia birra
qui fuori, sul marciapiedi!”).
Ho cenato da Yo Sushi.
Kaiten lungo. Acqua e miso a volontà.
La cameriera che mi chiede se sono tedesco.
Io che rispondo che sono italiano.
Lei che mi dice che ho l’accento tedesco.
Il mio temaki da gustare.
I tizi seduti nei posti vicini al mio che mi chiedono
informazioni su “quella roba rosa che ho nel piatto”.
Io che elogio le virtù dello zenzero.
Loro che mi chiedono se sono tedesco.
Io che rispondo che sono italiano.
Loro che mi dicono che ho l’accento tedesco.
Le accentazioni, alle volte, sono così incontrollabili!
Sono finito al Prince Charles,
cinema coi sedilacci e il prezzo basso.
Ho visto Blood Diamonds.
Mi è piaciuto.
Di Caprio migliora. Di film in film diventa meno Di Caprio
e più i personaggi che interpreta.
Jennifer Connelly è proprio bella.
E anche brava.
Ma questo si sapeva.
Djimon Hounsou è perfetto.
Dopo il film, ho camminato.
Lentamente.
Ho distribuito passi senza fretta,
nell’ultimo ritorno notturno
a piedi verso il mio albergo.
Domani si torna a casa.
Ho passeggiato. Come fosse un tiepido
pomeriggio domenicale primaverile.
Ho salutato la città.
Parlottato con un ubriaco simpatico.
Fornito indicazioni a quattro attempati olandesi
(penso fossero olandesi, ma si sa:
l’accento inganna).
Ho guardato le vetrine.
A proposito: onore e gloria a Eric Abrahamson e David H. Freedman,
che hanno scritto “The perfect mess. The hidden benefits of disorder.”
Il supermercato qui vicino era aperto.
Così ne ho approfittato per comprare una bottiglia
d’acqua.
Adesso l’ho quasi finita.
Come ho finito questa giornata.
Un sorso dopo l’altro.
E questa lunga camminata
durata quattro giorni.
Ci voleva.
Ci voleva davvero.
Grazie per avermi accompagnato.
Sul serio.
Ora spegno la luce. E dormo.
Buonanotte.
Clic.
giovedì, 17 maggio 2007
SCRIBA & THE CITY.
Ovvero: Londra in differita.
Puntata 4: 28 aprile.
Ore 13.50.
Sono quattro ore che cammino.
E la giornata mi ha già fatto sbocciare
davanti ai piedi tante piccole carinerìe.
Ho fatto colazione con un caffelatte
(pronunciato tuttattaccato da una francese
che parlava inglese) e un croissant
molto buono, seduto al tavolino di legno
di una panetteria-baretto francesoide.
Me la sono goduta: mangiando lentamente,
bevendo piano. Con i raggi di sole
a punticchiarmi la faccia di tocchi caldi
e un bisbiglio di vento a liberarmi
la fronte dai capelli.
Poi, iPod nelle orecchie,
ho seguito Kensington Road,
ho attraversato Hyde Park,
sono arrivato in Portobello Road.
L’inizio della zona-mercatino
è evidente: là dove un torrente di gente
si riversa in un’unica vietta.
Ricordo che, all’imbocco della vietta,
c’erano gli Hightown Crows,
tre ragazzoni (sui quaranta, forse più)
vestiti come in un film di Ken Loach,
contrabbasso, batteria di pentole (la cassa
fatta con un valigiotto di cartone)
e chitarra/voce.
Sorta di ska con coretti.
Non sono male.
Si atteggiano un po’ troppo,
ma la gente si fermava ad ascoltarli.
Forse si fermava anche perché,
essendosi piazzati all’inizio di Portobello,
bloccavano il passaggio.
Ma non è il caso di essere puntigliosi.
Dopo un paio di pezzi dei corvacci,
ho proseguito.
Ci vuole poco a capire che la stragrande
maggioranza di quello che si trova a Portobello
rientra di buon diritto nella definizione
di cianfrusaglia.
Ricordo un banchetto di fish&chips.
Un paiolone pieno di olio scuro (così scuro
che pare tu debba guardarci dentro e
scrutare il tuo futuro) accoglieva il tuffo di gamberi,
pezzi non identificabili di pesce e patatine.
La puzza era forte, la gente comprava.
Ed erano all’incirca le dieci e un quarto del mattino.
Ricordo un banchetto di dischi. Lp accatastati,
che trasudano tempo e uso. Non ho resistito
e mi sono fermato per un bel po’.
Ho rivisto parte di ciò che ho a casa
(“From Genesis to Revelation” nella versione
originale della Decca, “In the court of Crimson King”
un po’ rovinato, due copie di Master of Reality”).
C’era una copia di “Electric Ladyland”, ma non
con la copertina originale (e quella io a casa ce l’ho!).
Poi, c’era una copia di Coda, degli Zed, con una copertina
diversa da quella uscita in commercio. Strano!
Arrivato alla fine di Portobello,
mi sono concesso un tè alla menta.
Molto buono!
Poi ho fatto retrofront.
A metà strada mi sono imbattuto in un altro
musicista da strada. Con relativo
gruppetto di ascoltatori.
L’ho ascoltato suonare per un po’.
Chitarra classica, corde in nylon,
una musica che lui definisce World Music
e che direi essere della buona musica acustica
con qualche venatura di Brasile dentro.
E, infatti, Tiberio viene dal Brasile,
ha una trentina d’anni, suona la chitarra
(e la suona bene) e canta.
Mi sono fermato ad ascoltarlo e,
tra una canzone e l’altra, ha trovato il tempo
per due chiacchiere con me.
E’ a Londra da qualche mese, vive da amici
e campa suonando.
Gli ho chiesto di mostrarmi di nuovo un passaggio.
Me l’ha spiegato definendolo “roba brasiliana”.
Poi, mi ha consegnato la chitarra con un “Want to try?”.
L’ho provata. Una bella sensazione:
buon legno, corde usate al punto giusto.
Ho rifatto il passaggio che mi ha mostrato.
E lui ci ha cantato sopra.
Qualche moneta è finita nella custodia della
sua chitarra. Ancora un po’ e gli proponevo
di metterci in società!
Oggi fa caldo.
Così, tornando, mi sono fermato qualche minuto
in Hyde Park, ho tolto le scarpe, chiuso gli occhi
e mi sono abbandonato al mondo di suoni e silenzi
dell’iPod.
Mmh mmh mmh mmh.
(Non è un mio mugugno: è il titolo del pezzo dei
Crash Test Dummies che mi ha avvolto.)
Ho detto suoni e silenzi.
Non intendevo le pause.
La musica è questo: suono e silenzio.
In genere non ci si pensa,
ma i silenzi sono importanti quanto le note.
Alla fine, ho deciso che mi ero meritato una birra
e una jacked potato.
La giornata è solare e serena.
Ore 15.00.
Oxford Street. Ho appena trovato
un ottimo esempio di quello che io chiamo
FARE e non ASPETTARE CHE QUALCUNO FACCIA.
Si tratta di una maglietta.
Ok. Mi spiego meglio.
Anni fa, ho fatto diverse immersioni
con uno dei fondatori della Grune,
il Partito Verde Tedesco, il primo partito
verde europeo.
Lui mi diceva che è stupido pensare
a salvare il mondo, ecologicamente parlando,
non tenendo conto del periodo in cui viviamo.
Diceva che, per fare qualcosa di serio,
avremmo dovuto all’incirca tornare
a vivere come gli uomini delle caverne.
Ma saremmo pronti ad accettare
le conseguenze di una tale scelta?
No. Ovviamente no.
Allora, diceva, dobbiamo fare
“the best next thing”.
O, se volete, del nostro meglio.
Continuo da anni a incavolarmi
per lo stridìo delle varie manifestazioni
contro l’inquinamento o per la pace.
Perché l’unica bandiera che riesco a sopportare
di vedere sventolare è quella del piccolo fare
quotidiano. Il pezzo di Terra che ognuno
di noi è in grado di cambiare radicalmente
è il metro e mezzo intorno a noi.
Non servono roboanti proclami
o esplosive rivoluzioni.
Non serve rompere, infrangere,
distruggere.
Serve costruire. Ogni giorno.
Quel piccolo metro e mezzo quadrato.
Piccole cose quotidiane.
Niente che faccia sentire eroi
o poeti-guerrieri, certo.
Ma è qualcosa che cambia il mondo.
Ora direte: che c’entra la maglietta?
E avete ragione.
Ci arrivo subito:
mi trovo davanti a un negozio Gap
(marchio di abbigliamento).
L’intera vetrina (alta due piani)
è dedicata a una maglietta,
capo scelto come rappresentativo di tutta
la linea Red.
Si tratta di una normale T-shirt di cotone.
Con un piccolo marchietto sopra.
(red)
Fa parte di una serie di prodotti,
di pochi produttori,
che partecipano al concept (red).
Una cosetta semplice che può cambiare
un pochino di mondo.
Come?
Beh: acquistando uno dei prodotti (red)
il 50% del profitto viene devoluto a un fondo
che sostiene i programmi contro l’Aids in Africa.
Attenzione: ho scritto il 50% del profitto, non del costo.
Cioè: io produco qualcosa, pagando la materia prima
il giusto costo e il lavoro per produrla anche.
Poi, sul mio guadagno, stabilisco che metà
verrà devoluto.
Mica male, eh?
Sapete quali marche partecipano?
Andate a vedere qui:
http://www.joinred.com/products1.asp
Motorola, Gap, American Express, Apple,
Emporio Armani e Converse.
Ora, provate a pensare se tutti i marchi facessero così.
Il capitalismo (o il consumismo) offre grandissime
opportunità democratiche, più della democrazia stessa
(come forma di governo).
Perché è vulnerabile. Le nostre scelte quotidiane
lo influenzano.
Abbiamo un grande potere e una grossa responsabilità.
Chissà se siamo in grado di rendercene conto?
Ore 18.10.
Tra Charing Cross e Covent Garden.
Una Guinness davanti, la gente che mi passa intorno
e il ricordo del reparto strumenti musicali del
Virgin Megastore qui vicino e
della Paul Reed Smith che ho provato.
I quattro arpeggi con la chitarra di Tiberio,
stamattina, mi hanno lasciato addosso una
gran voglia di suonare.
Così sono entrato alla Virgin e ho fatto un giretto
tra le chitarre. Ho provato una Shecter (che non conoscevo
e che non è niente male) e una meravigliosa
Paul Reed Smith Std 24. Piena sui bassi,
jazzy col pick up al manico, più aggressiva con quello
al ponte. Una bella chiacchierona.
Da portare via. Non fosse per quel cartellino con
scritto sopra 1800 Sterline.
Tra poco andrò al cinema. Ho optato per Sunshine.
Non fosse altro perché Danny Boyle promette
sempre qualcosa di inatteso.
Intanto, sorseggio la mia birra e guardo passare
la gente. E, banalmente, mi viene da pensare
che Londra è proprio un bel riassunto dell’umanità
presente nel mondo.
Più di New York. Quindi, forse, più di ogni altro
posto al mondo.
Sarà probabilmente che è più aperta,
sarà che l’Europa ha una storia più complessa,
ma a mio modo di vedere qui mi pare che il tutto,
l’ogni, il dovunque trovino il proprio posto.
Ognuno, in questo strano viavai quasi filosofico,
ha il suo diritto di stare qui e sentirsi a proprio agio.
Ore 1.50.
Di Sunshine vi parlo domani.
Per ora, mi accontento di dirvi che camminare di notte
per le strade vuote di una città mi piace sempre di più.
E’ come guardarla più a fondo negli occhi.
Buona notte.
lunedì, 14 maggio 2007
SCRIBA & THE CITY.
Ovvero: Londra in differita.
Puntata 3: 27 aprile.
Ore 11.40.
Libri. E libri. E caffè. E libri.
Una volta da noi (specialmente nella mia
città natale, patria del vento e propaggine
mitteleuropea in Italia) c’erano i caffè letterari.
Quella in cui mi trovo ora è una libreria
con annesso bar della catena Nero.
Una libreria caffettaria.
Bella libreria: grande, con scaffali in legno,
libri ben esposti, ogni scaffalatura sormontata
da scritte tipo “I libri che ci sono piaciuti”,
“Questi li abbiamo letti per voi”,
“Comprate questi, ma lasciatene una copia per noi”,
“Se cercate l’ultimo libro prima di smettere di leggere,
lo trovate qui” e così via.
Stamattina ho camminato per tre ore.
Ho attraversato Hyde Park, costeggiato il laghetto,
sono arrivato in Bayswater, l’ho fatta tutta
fino a quando è diventata Oxford Street
e poi mi sono infilato in questa libreria.
Ora sono seduto, da Nero, a bermi un caffè.
Qui non è male.
Diverso dal brodo di Starbucks.
Una scritta definisce Nero come
“The true artist of a true Italian service”.
Ecco, magari in un posto dove trovo il caffè italiano e
il “real Italian service” non avrei messo in sottofondo
Bublè (oltre tutto, pur sapendo che molti di voi non
saranno d’accordo, devo dire che
non lo trovo né particolarmente bravo
né particolarmente talentuoso e coinvolgente).
Se easy-jazz dev’essere, che sia nostrano.
Lo proporrò.
Per ora, riprendo il mio camminare.
Ore 12.50.
Sono da Ed’s. The best hamburger in town,
come recita anche l’attestato appeso all’ingresso.
E buoni sono, questi grandi hamburger di Ed.
C’ero già stato, vado sul sicuro.
Sono arrivato qui dopo aver circumnavigato
un incendio in Oxford Street,
in uno dei magazzini Mark&Spencer.
La polizia ha cintato tutto il quartiere,
sembrava fossero arrivati gli alieni.
E, dove c’era fuoco, c’è acqua.
E infatti la strada è fradicia,
come dopo un temporalone estivo.
In compenso, ho il mio biglietto per We Will Rock You.
Già: chiamatemi romanticone,
ma ai Queen e ciò che li riguarda non so resistere.
Così, mi sono diretto alla biglietteria di Leicester Square,
quella che vende tutto a metà prezzo
(quella in pietra, che non urla promozioni,
ma in genere ha i biglietti migliori)
e ho trovato un ottimo posto a metà prezzo.
Stasera, alle 19.30, Dominion Theatre.
Cambiano quindi i miei progetti per la giornata:
niente British Museum,
visto che sono in zona faccio un salto alla National Gallery.
E nei prossimi giorni mi resteranno il British, la Tate,
la Tate Modern, la Saatchi, il Natural History Museum,
il Science Museum...no, forse è troppo, eh?
Farò ciò che mi verrà da fare.
Continuo col mio programma: sveglia,
colazione e decisioni sulla direzione da prendere.
Il resto viene da sé.
Le vacanze non dovrebbero essere sempre così?
A mio avviso sì.
Perlomeno, così è come piacciono a me.
Forse è anche per questo che non è facile andare
in vacanza con me: perché mi lascio andare
alla totale improvvisazione.
Sulle pareti di Ed’s ci sono alcune scritte.
Per esempio: “Don’t talk to me about franchisers. Ed.”
oppure “We don’t make loans
and the bank doesn’t make hamburgers”.
Al di là del primo significato,
questa frase mi fa tornare in mente alcuni pensieri.
Il primo è che davvero ognuno dovrebbe
fare il proprio mestiere.
Verità che nel mio campo è ancora poco assorbita.
Così il panorama è pregno di architetti che fanno loghi,
di giornalisti che s’inventano radiocomunicati
e di smanettatori di computer che progettano siti web.
E niente di tutto ciò funziona.
Come se bastasse saper mettere le pile nel walkman
per essere ingrado di rifare l’impianto elettrico di un palazzo
o saper schiacciare play sull’Ipod per comporre
la colonna sonora di Mission.
Vabbè, finisco il mio hamburger e mi rimetto in marcia.
Ore 13.45.
Charing Cross.
Tre negozi di strumenti musicali uno dopo l’altro.
Una Strato del ’78 riflessa nella vetrina riflessa nei miei occhi.
Poi, una vetrina stracolma di effetti.
E tante librerie.
E immagini e sensazioni. Immagazzino tutto.
Penso che m’inoltrerò a casaccio nelle viette.
Punterò la mia bussola mentale verso la National Gallery
e pian piano ci arriverò,
raccogliendo per strada gli umori di una Londra
che sembra essersi riversata sui marciapiedi.
Una gamba mi fa un po’ male:
a ogni appoggio mi duole il garretto.
Mi viene il sospetto di camminare un po’ storto. Ci farò caso.
La ripetizione di un gesto ci permette
di renderci conto della completezza di quel gesto,
di ogni sua parte.
Ieri e oggi il mio gesto ripetuto è quello di un piede
che si spinge in avanti, appoggia al suolo,
si prende carico del peso del corpo
e cede il passo al suo compagno di camminata.
Ore 16.50.
Hyde Park.
Piccola sosta seduto sul prato sulla via del ritorno.
Qui, con i palmi delle mani appoggiati all’erba,
la fronte accarezzata dal sole
e i capelli mossi da sorrisi di vento,
ci ho messo un po’ a capire cosa non quadrava.
La ragione della sensazione di stranezza che stavo provando.
Tutto è diventato chiaro di colpo: non c’è una cartaccia.
Non una singola cicca di sigaretta.
Perché?
Intendo dire – di nuovo – perché qui non c’è e da noi sì?
Mancanza di regole e leggi? No, ne abbiamo a bizzeffe.
Mancanza del far rispettare le regole e le leggi?
Beh, sicuramente un po’ è questo.
Mancanza di cultura? Tantissimo.
Non intendo cultura tipo “letteratura latina”,
ma tipo “civiltà”.
Manchiamo di civiltà e cultura della civiltà.
Basta fare un giro in spiaggia alle sette e mezzo di sera.
Così, tanto per vedere le lattine, le cartacce, le sigarette,
le bottigliette e tutto il pattume che la gente ha lasciato.
Dovrebbero insegnarla a scuola questa cultura.
Che rabbia! Lo so: sembra che io non sappia fare
altro che criticare il mio popolo e il mio Paese.
Io, intendiamoci, sono così orgoglioso di essere italiano.
E forse è proprio per questo che m’arrabbio
per questo genere di mancanze,
che m’infastidisco per il fatto di appartenere a un popolo
che bada tanto alla firma dei vestiti che indossa,
al locale fighettino dove trascorrere la serata,
alla marca dell’auto da guidare per essere ben accetti
e poi crolla su queste cose.
Mi incavolo proprio perché, circondati da cultura
come siamo, dovremmo crescere più colti.
Insomma, potenzialmente siamo dei fenomeni.
E potremmo vantare il Paese più affascinante del mondo.
E invece.
In cuffia martellano i Soundgarden,
il sole è alto e caldo, c’è un piacevole venticello.
Mi sa che camminerò ancora un po’.
Camminerò per me e per il piacere di camminare.
Ore 2.12.
Letto (sostantivo, non participio passato).
Lo spettacolo è così così.
Belle voci, bravi gli interpreti.
La storia è banalotta.
Da rockettari stile Beavis e amichetto.
Niente di male.
So long, guys.
domenica, 13 maggio 2007
E RUTTO.
E se con un rutto,
come eliminiamo l’aria
rimasta nello stomaco,
potessimo anche eliminare tutto ciò
che ci è capitato nella vita
e che abbiamo maldigerito?
Ciò che abbiamo vissuto
e ci appesantisce ancora
l’anima.
Via in un rutto.
Provando la stessa sensazione
che ci pervade quando,
dopo ore di stomaco infastidito,
quell’emissione d’aria ci libera
e ci fa sentire leggeri,
ripuliti, puliti.
Sarebbe bello, eh?
Non lo considereremmo neanche maleducato.
Un bel bicchierone frizzante di citrosodina
o una gorgogliante bevanda gassatissima e:
BURP!
Liberi.
BURP!
martedì, 08 maggio 2007
AS TIME GOES BY.
In parte e mescolati.
Come foto estratte a caso da una grande scatola dei ricordi.
Un viaggio in Africa, un diploma di maturità,
una Ford Fiesta verde, ottanta pagine perdute,
tre cani di nome Zaki, un disco dei Police,
un quattro in chimica preso per pigrizia,
un amico che si è suicidato,
una medaglia di bronzo, una sbronza con tre amici,
sei corde di nylon, un altro viaggio in Africa,
una Panda rossa, una decisione difficile,
uno sport abbandonato, venti chili in più in un anno,
centinaia di libri letti, quindici canzoni incise,
molti traslochi, una casa ancora da trovare,
più di duecento immersioni, una moto nera e forte,
un sorriso ricevuto in eredità da una mamma volata nel vento,
un giro all’esplorazione della Scozia,
una sorella incinta, un nipotino in arrivo,
un libro mai terminato, un libro appena cominciato,
un paio di sci, un commercialista onesto,
un matrimonio voluto, un divorzio patito,
tre gruppi rock formati e sciolti,
un mestiere scelto per passione,
un figlio diciannovenne che è un miracolo vivente,
una Micra ereditata color topo muschiato,
una libreria da ripitturare,
una Guinness pronta nel bicchiere,
una chitarra a casa, una chitarra in ufficio,
un padre lontano che vorrei vedere più spesso,
la mia dispensatrice di fusa quotidiane e seminatrice
di peli di nome Dalì,
la serenità dell'amore "perduto" che è diventato
grande amicizia "trovata",
qualche bottiglia di quello buono,
una folle idea chiamata Kilimanjaro,
un vecchio cellulare,
tante camicie, un copripiumone blu,
amici stupendi, qualche passione da non dimenticare.
Trentotto candeline su cui soffiare oggi.
E una foto di venti anni fa a ricordarmi com’ero ieri.
domenica, 06 maggio 2007
SCRIBA & THE CITY.
Ovvero: Londra in differita.
Puntata 2: 26 aprile.
Ore 9.10.
Londra.
Non ci vivrei,
ma se avessi una casa qui
ci verrei almeno una volta al mese.
Londra è varia e una,
mutante e uguale.
Ho fatto un patto con me stesso:
per i prossimi quattro giorni,
la girerò a piedi.
Niente mezzi, se non me stesso.
Niente fretta e tanta improvvisazione.
Occhi, passi e respiri.
Voglio vedere se, anche qui,
negli occhi della gente,
c’è quello che vedi a Milano:
rabbia, fastidio, sconfitta.
Per ora, la prima differenza
che ho trovato è la cortesia.
La offrono quasi tutti in grande quantità.
Magari anche solo formale.
Ma mica da sottovalutare.
La cassiera del supermercato aperto 24 ore su 24,
stanotte, quando sono andato a comprare l’acqua,
era gentile e sorridente.
Il cameriere del bar dove, stamattina,
ho fatto colazione anche.
Qual è la differenza? La multiculturalità?
La cultura? Quasi ogni museo è gratis,
ma anche qui c’è il Grande Fratello
e i quotidiani sembrano più riviste di gossip che altro.
Eppure.
Ora parto col mio giro. In giro a raccogliere visioni e pensieri.
Ché Saba disse “nulla riposa del pensiero come il pensiero”.
Ore 14.20.
Bad idea: ho dimenticato in hotel il mio Ipod.
E, dopo quattro ore che cammino, canticchio.
Pessima abitudine. Quasi non me ne accorgo.
Anzi, a dirla tutta, proprio non me ne accorgo.
Per come canto, oltre tutto, potrebbero arrestarmi.
Ci faccio caso dopo un po’,
guardando gli sguardi incuriositi delle persone
che incrocio.
Piccola nota negativa: molti attraversamenti non hanno
né il semaforo per pedoni né le strisce pedonali.
Sento ancora lo “swosch” dell’auto che mi ha fatto il pelo.
Ok, avevo torto: ho attraversato senza guardare
nella direzione giusta.
Ma il tizio non si è nemmeno posto il problema.
In giro per la città, sono fioriti cartelloni pubblicitari
che invitano a stare attenti perché ogni giorno
qualcuno viene investito.
Sacrosanti, direi.
Oggi avrei potuto essere io.
Nota positiva: le ragazze londinesi sono molto carine.
Non ci avevo mai fatto caso.
Entro in un negozio di musica.
E mi esalto per il fatto di non conoscere moltissimi gruppi
i cui cd alloggiano in questo enorme megastore.
Comincio a raccogliere cd a manciate,
li accompagno fino alla postazione con cuffie,
lascio che il raggio del lettore ottico
accarezzi il loro codice a barre
e m’immergo nella scoperta
di nuove sorgenti di piacere.
Altra nota positiva: in un pub, a pranzo,
mentre chiedevo informazioni allo spillatore di birre
sulle diverse marche di stout,
quello mi ha chiesto se fossi americano.
Lo so: significa “il tuo inglese è così tremendo
che probabilmente sei americano!”.
Però è sempre meglio di “Sei italiano?”,
che significa “il tuo inglese è talmente assurdo
che non puoi essere che italiano”.
Piccola parentesi alimentare:
Londra non è il luogo giusto dove recarvi
se siete a dieta.
La cucina locale non straordinariamente ricca e varia
e la grande presenza di gente da ogni angolo del mondo
hanno incoraggiato il diffondersi di tutte le cucine
che possiate immaginare.
Ogni dieci passi vi trovate davanti a un pub,
un sushi-kaiten, un ristorante tailandese, una trattoria italiana,
un baracchino di hot dog e hamburger, un ristorante africano,
cinese, malesiano, persiano, russo e via dicendo.
Piccoli ristoranti a conduzione famigliare si accostano
a grandi catene diffuse in tutta la città:
le più presenti, oltre ai classici McDonald’s e Burger King,
sono Aberdeen (regno della carne all’inglese),
Wagamama (noodles in tanti, gustosissimi modi),
Yo sushi (indovinate un po’!),
Pret-a-manger (panini e piatti pronti),
Starbucks e Nero (caffè all’americana e all’italiana).
Per uno come me, che non mangerebbe italiano all’estero
neanche sotto tortura, è un paradiso!
Lunga parentesi sul fighettismo:
ce n’è meno che da noi.
Meno occhiali da sole giganteschi con firme illustri,
meno magliette con margherite ultracostose,
meno scarpe fintocasual,
meno jeans strappati all’origine.
Qui, businessmen e businesswomen a parte,
tutti sembrano vestire in modo molto meno valutato.
Con “valutato”, intendo da se stessi e dagli altri.
Lo so: nel mondo degli affari e nei templi del denaro,
anche qui conta il quartiere in cui abiti,
il vestito che compri e l’auto che guidi.
Ma, nella stragrande maggioranza delle persone che incrocio,
mi sembra assente quel bisogno che osservo
in molti miei connazionali e concittadini.
Qui mi pare ci sia meno facciata e, forse, più sostanza.
O forse meno interesse a farsi apprezzare o accettare
per ciò che si porta addosso e, magari,
più piacere a essere apprezzati per ciò che si è.
I londinesi mi sembrano più sorridenti, più sereni,
meno frustrati dei milanesi.
Non ho scritto “meno stressati”,
ma sicuramente meno sconfitti sì.
Ma allora cosa sconfigge noi?
Non sarà proprio qualcosa legato al voler essere ciò che non siamo?
Sarà anche questa la spiegazione?
Vogliamo dimostrare troppo agli altri e poco a noi stessi?
Ci preoccupiamo troppo di cambiare i nostri istinti?
Ore 17.25.
Ho camminato tanto. Proprio tanto.
Ho approfittato anche di una mezzora
per un sopralluogo da Harrods.
Il piano della gastronomia sembra proprio il paradiso dei golosi.
Ecco: forse il Paradiso è strutturato come l’Inferno di Dante,
ma in positivo.
Grandi libagioni, grandi scopate, grandi bevute
e blues a volontà! Magari, eh?
Ora mi ritiro per un’oretta.
Ho intenzione di concedermi un bagno
con qualche pagina del bellissimo libro che sto leggendo
(La Famiglia Winshaw di Jonathan Coe.
Ok, lo sto leggendo in italiano, ma lui vive a Londra!).
Poi, se i piedi sono d’accordo,
più tardi torno in zona Piccadilly,
ceno da Wagamama e passeggio ancora un po’.
Continua a girarmi in testa il bisogno di capire
cosa diavolo abbiamo noi italiani.
Riconosco i miei connazionali, mentre passeggio.
Li riconosco dai vestiti e dal broncio.
Da noi sembra che avere il broncio,
portare in giro un’aria un po’ annoiata, sia molto figo.
Ma cosa abbiamo? Dai, aiutatemi a capirlo.
Io sono orgoglioso di essere italiano.
Ma questo, questo approccio che ci trasciniamo dietro,
è un grosso problema.
Da cosa nasce?
Dal governo, dalla scuola, dalla musica, dalla tv?
Da cosa?
Ore 23.15
L’aria è frizzantina. E forse qualcosa in più.
Ho cenato da Wagamama.
Noodles da mangiare su lunghi tavoloni.
Alla mia destra, due ragazzi omosessuali.
L’impressione è che si siano conosciuti da poco.
Uno dei due tace, l’altro parla di tutti quelli che ha conosciuto
via internet e da cui è stato ospitato nel mondo.
Alla mia sinistra, una coppia nel periodo del corteggiamento.
Parlano, ma soprattutto si guardano e sorridono.
Davanti a me, nessuno.
Per qualche attimo mi sento un po’ solo.
Ma fa parte di questa esperienza londinese.
Il cibo è molto buono e le cameriere passano
spesso a chiedermi se mi piace.
Cenare al ristorante da solo è qualcosa che
ancora mi fa un po’ d’effetto.
Non un effetto piacevole.
Consiglio ai single di cenare in posti in cui
si possa mangiare al bancone
oppure che siano meno “istituzionali”.
Sarà che per me la cena ha un valore particolare.
Va al di là del pasto.
Posso saltare il pranzo o mangiare un panino al volo,
ma la cena per me è qualcosa di rituale.
Sì: sono uno di quelli che, pur abitando (e quindi cenando)
da soli, non ingollano davanti alla tv un surgelato
che il microonde ha appena scaldato.
Apparecchio la tavola, mi preparo dei piatti piacevoli
(anche in base al tempo a disposizione).
L’unica concessione alla praticità sono i tovaglioli di carta.
Ma non ne sono così soddisfatto.
Il ritorno in albergo è lungo.
Faccio una deviazione per quattro passi in Soho
e poi m’incammino verso South Kensington.
Costeggio Hyde Park, supero Harrods, che ha strisce
di luce che ne disegnano nella notte i profili,
passo davanti al Natural History Museum.
Stavolta ho ricordato di portare l’Ipod
e in questo momento, mentre le case di Cromwell Road
scivolano ai confini del mio campo visivo,
Nick Cave mi avvolge con Darker with the Day, prima
di lasciare campo alle note di Changes dei Black Sabbath.
Sto imparando cose nuove su di me.
Ecco, forse esplorare una nuova città
(anche se Londra non mi è sconosciuta)
è un po’ esplorare se stessi.
Le vie che percorriamo quotidianamente
ci tengono legati a tutto ciò che accade
all’esterno della nostra pelle.
Facendo un calcolo approssimativo,
oggi ho percorso a piedi qualcosa tra i 50 e i 60 chilometri.
E’ tempo di riposare i piedi.
Domani, avrò altro da camminare e vedere.
venerdì, 04 maggio 2007
SCRIBA & THE CITY.
Ovvero: Londra in differita.
Puntata 1: 25 aprile.
Ore 12.27.
Seduto sul Malpensa Express, mi viene il solito dubbio.
Ma per andare a Londra basta la carta d’identità?
Mi affido al pensiero che l’ultima volta che ci sono andato
avevo portato solo quella.
O forse no?
Non mi ricordo, lo ammetto. Eppure non è passato molto tempo.
Mi ricordo che avevo preso il Malpensa Express anche quella volta.
Ero arrivato a Malpensa,
mi ero chiesto se l’orario che avevo in mente fosse giusto.
Avevo controllato sul biglietto.
L’orario che ricordavo era giusto.
L’aeroporto no: il mio volo partiva da Linate.
Di solito viaggio con il solo bagaglio a mano.
E quella volta fu una fortuna:
arrivai a Linate in tempo per fare il check-in
al volo e, al volo, prendere il volo. Insomma, volai.
Ehm.
Controllo il biglietto. Non si sa mai.
No: Malpensa.
Fiuuu.
Per una volta che faccio il bravo io,
non lo fanno gli altri:
- ore 13.12: faccio check-in al banco della Swiss Air.
- ore 14.25: arrivo davanti al gate, appena in tempo per vedere
la mutazione della scritta (da Boarding at 14.30 in Cancelled).
- ore 14.35: sono davanti al banco di check-in della Swiss Air
a chiedere, oltre alle spiegazioni, soluzioni.
- ore 14.38: dopo le improbabili spiegazioni (uccelli entrati
nella turbina, messaggi bomba e invasioni di cavallette aliene),
mi dicono che mi possono far salire su un volo British diretto,
in partenza alle 14.55. Sorrido (arriverò a Londra prima
del previsto!). Rettificano che purtroppo si sono sbilanciati
troppo presto: il volo British ha chiuso l’imbarco.
Mi trovano un altro volo British. Parte alle 18.55.
- ore 17.45: conosco Malpensa a memoria. Passo i controlli, dove
gli agenti Lucia e Carlo mi dicono “Ehi, Scrib, come butta oggi?”,
passo il controllo documenti dove Gianni mi racconta
un’altra barzelletta. Prima di raggiungere il gate, trovo una
simpatica zona ornata da piccola area enoteca. Mi siedo.
Leggo la possibilità di ordinare un bicchiere di vino e
una bruschetta del giorno. M’informo sulla composizione
della bruschetta e, edotto del fatto che “non hanno preparato
la bruschetta del giorno", vengo anche rincuorato:
mi prepareranno del pane con formaggio e salumi.
Ritorno in pace col mondo.
- ore 19.25: la pace è rotta, dichiaro guerra al mondo. O, perlomeno,
al tizio in fondo all’aereo che, se ho capito bene, si è imbarcato
con una carta d’imbarco non sua e ora non vuole scendere.
Quando lo convincono, abbranca un trolley ed esce imprecando.
Noi restiamo e impariamo le sue imprecazioni: ci sono molto utili
ora che, per scagionare il rischio terrorismo, ci chiedono di riconoscere
i nostri bagagli a mano.
- ore 20.35: partiamo. Siamo tutti in ritardo di un’ora e quaranta.
Io, però, li batto tutti: il mio ritardo è di quasi sei ore.
L’aereo si stacca dal finger e Pietro, l’addetto al carico bagagli,
mi saluta dalla pista. Per un pochino mi sono sentito come Tom Hanks.
- ore 23.40 (londinese): il pub ha chiuso, la Guinness mi ha rilassato
e sto camminando per tornare in albergo. Da domani, Londra.
- Notte.