lunedì, 16 aprile 2007
INCONTRI DI PAROLE.

Era un paese molto strano.

Vi capitai per caso,
uscendo da un’autostrada troppo affollata
e cercando una scorciatoia.
Dopo campi incolti e distese di papaveri,
arrivai alle prime case di un viale alberato.
Lo percorsi tutto.
E, siccome avevo fame, decisi di fermarmi
al primo ristorante che avessi trovato.
La taverna aveva l’aria che ci si può aspettare
da un posto del genere:
tante foto appese alle pareti,
come a narrare la storia di chi qui ha lasciato
un pezzetto di sé, tavoli di legno scheggiato,
odore di crostata e di carne fatta sulla brace.
Presi un’abbondante porzione di entrambe.
In ordine inverso.
E un bicchiere di Merlot.
Finii presto il mio cibo,
mentre decisi di sorseggiare senza fretta
il vino.
Uscii quindi sul pergolato, dove assistetti
al passaggio di due persone davvero particolari.
Il primo ad arrivare, infatti,
fu un signore di mezza età,
vestito di grigio, alto e con venuzze grigie anche sull’umore.
Parlava, quest’uomo. Parlava in continuazione.
Eppure sembrava che non emettesse suono.
Evidentemente lo fissai con un’espressione
incuriosita negli occhi, tanto che l’oste mi si avvicinò
e raccontò il segreto di quei suoni mancanti.
L’uomo, mi spiegò, parlava sempre e solo di cose tristi,
con parole così pesanti che, appena gli uscivano
dalla bocca, precipitavano verso il terreno.
Prima ancora di poter raggiungere l’orecchio
di qualsiasi uomo.
Pensai che si trattava di una triste tortura:
parlare e parlare e non poter essere ascoltati.
Trascorsi diversi minuti con questo pensiero
in testa. Fino a quando il mio sguardo venne
catturato dai colori vivaci e chiassosi
che chiazzavano i vestiti di una donna,
accostandosi in modo bizzarro e inimmaginabile.
I colori si muovevano al ritmo della camminata
di quella forma morbida, bassa,
con i capelli sciolti e lunghi,
il passo saltellante, come se ballasse
al ritmo di una musica da fiera.
I suoi occhi erano luminosi
e le sue labbra si muovevano senza sosta.
Pareva parlare.
Ma anche in questo caso
nessun suono era udibile.
Osservai a lungo anche lei.
Fino a quando l’oste,
come in deja vu,
mi rivelò anche questo mistero.
La donna aveva pensieri così superficiali
e futili da essere leggeri come elio. Tanto leggeri
da volare verso l’alto appena usciti dalla sua bocca.
Nessuno, quindi, poteva sentire le sue parole.

Finito il vino, pagai e mi apprestai ad andarmene.
Non immaginavo che sarei mai tornato
in quel paese.
Eppure la vita riserva molte sorprese.
E qualche anno dopo, per un nuovo ingorgo
sull’autostrada, mi ritrovai una seconda volta
a guidare lungo il viale alberato.
La taverna non era cambiata
e l’oste sembrava solo leggermente ingrassato.

Questa volta, scelsi di assaggiare delle lasagne,
che mi vennero presentate come una vera specialità
della casa, e terminai il pasto con una mousse
di cioccolato.
Il pergolato mi ospitò mentre mi concedevo qualche minuto
di pausa in compagnia di un bicchiere di liquore
della casa.
Sembra impossibile il modo in cui la vita si rincorre
nei paesi. Eppure, vidi l’uomo delle parole
pesanti passare, sciorinando la sua litania
di suoni muti. E, qualche attimo più tardi,
transitò a pochi metri da me la donna,
spargendo intorno a sé il gesto di una bocca
che si muove.
Era affascinante il silenzio delle loro parole.
Salutai l’oste e mi avviai per la mia strada.

La terza volta tornai in quel paese di proposito.
Spinto dall’intuizione rimasta appiccicata
ai miei pensieri dopo una notte di sogni strani.
Parcheggiai davanti alla taverna
e pochi minuti più tardi
ero seduto davanti a un piatto fumante
di spezzatino con le patate.
Il più buono che ho mangiato in tutta la mia vita.
Anche il bicchiere di liquore alle erbe,
quel giorno, aveva un sapore indimenticabile.
Nella mia testa, si girava e rigirava una teoria.
Osata durante un sogno, soppesata al risveglio,
sempre più convincente man mano che il giorno
prendeva piede.
Quando l’uomo vestito di grigio passò,
mi piazzai davanti a lui. Con un sorriso
gli feci cenno di attendere.
Quello mi fissò con curiosità.
Senza perdere la cupezza del suo sguardo.
Di lì a poco, si avvicinò la donna dai vestiti sgargianti.
Fermai anche lei.
Poi, con cenni e parole ed espressioni
e non trattenendo la frenesia e l’impazienza
di vedere dimostrata la mia teoria,
feci in modo che si ritrovassero
uno di fronte all’altra.
Quei due erano fatti per stare insieme.
Non era solo la mia convinzione,
era l’evidenza a dirlo: di colpo i due parlavano.
Con suoni e toni e tutto il resto, intendo.
Le parole pesanti dell’uomo,
cadendo, incontravano quelle leggere
della donna, lanciate nella loro corsa verso l’alto.
Così, vocaboli e verbi, articoli e preposizioni
non andavano né su né giù:
restavano a mezz’aria, finalmente udibili.
Abbandonai per l’ultima volta il paese
lasciandomi alle spalle un uomo e una donna
vestiti di vari colori,
vocianti e finalmente facili da udire.
A volte tristi e a volte felici.
Come noi tutti.

Ricordo ancora le loro espressioni.
E il bicchiere di liquore
offerto dall’oste.
postato da: capitansqualo alle ore 23:22 | Permalink | commenti (8)
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mercoledì, 11 aprile 2007

IL PAVIMENTO DEL MONDO

Il mondo è pavimentato
di terriccio sdrucciolevole.

Ed è in salita.

postato da: capitansqualo alle ore 15:30 | Permalink | commenti (17)
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giovedì, 05 aprile 2007
SI APRE L'ERA DEL DICO.

Nel senso che, da oggi,
smetto di essere maleducato
e comincio a rispondere ai commenti
di chi è stato ed è e sarà (spero)
così gentile non solo da leggere
le mie sfarfuglionate, ma da lasciare
anche traccia del proprio passaggio.

Da oggi, rispondo.
Ergo, dico.
postato da: capitansqualo alle ore 11:48 | Permalink | commenti (7)
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mercoledì, 04 aprile 2007

TROY:

quando Hollywood incontra
la mitologia greca
e non frena in tempo.
postato da: capitansqualo alle ore 09:30 | Permalink | commenti (1)
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martedì, 03 aprile 2007
OGGI SONO L'IO DI OGGI.

Il senso è questo:
siamo così convinti di dover prendere posizione,
di dover fare scelte di campo,
di dover stabilire indiscutibili precetti
e di dover definire postulati
su cui basare la nostra vita
che, troppo spesso, ci dimentichiamo del piacere
delle contraddizioni che conteniamo.

Ve lo siete mai chiesti come sarebbe?
Se non ci fosse un paradigma immutabile, 
l’imposizione di una scelta decisa e irreversibile
sul nostro essere?

Siamo capaci di accettare
le variazioni cronologiche del percorso,
ma non sappiamo immaginare di poter essere
alternanza e trasformazione.
Di poter cambiare senza che ci sia preclusa la via del ritorno.

E se invece potessimo essere un giorno rane e l’altro giaguari?
Un giorno coraggiosi e il giorno dopo vigliacchi?
Una mattina atei, la sera credenti, la notte agnostici?
Un mese perdenti e un altro vincenti?

Se agganciassimo un “oggi” alle nostre definizioni?
“Sai, non mi piace tanto il reggae, oggi!”.
“Sai, non bevo mai a stomaco vuoto, oggi.”
“Sai, preferisco la notte al giorno, oggi.”
“Oggi sono l’io di oggi.”

Forse ci sarebbe redenzione.
E, a volte, uno sguardo dolce su ciò che eravamo.
Meno rabbia e più perdono.
Non dagli altri,
ché gli altri non hanno un tale potere.
Da noi stessi, invece.
Così spietati e immensi.
Perdoneremmo noi stessi?
Se non vivessimo con tanta rigidità
da considerare ciò che è diverso dall’oggi
come un errore e non come,
più semplicemente, “ieri”,
perdoneremmo noi stessi?

Adesso andrò a dormire
e domattina, appena sveglio,
deciderò l’uomo che voglio essere.
L'uomo di domani.
E magari mi piacerò.
Che oggi era oggi
e domani chissà…


postato da: capitansqualo alle ore 00:36 | Permalink | commenti (6)
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