SEMAFORI ROSSI E FIORI CHE VOLANO.
A caccia della frase,
quella frase che ti gira in testa
solo quando sei distratto
e che, appena presti attenzione
ai tuoi stessi sussurrosi pensieri,
tace e si nasconde
dietro i rumori dei mille movimenti quotidiani.
A caccia di una frase,
da presentare ad altre frasi
già accomodate nel salotto
di un foglio arredato a racconto.
Una frase leggera,
ma necessaria.
Che tenga viva la conversazione
o la sospenda, per qualche secondo.
A caccia di una frase.
Da pescare chissà dove,
in questa grande città,
così chiassosa da sembrare zitta,
così frenetica da pensare che non muti mai.
Eppure questa città deve pur nascondere
la frase, darle asilo, accudirla fino a quando
qualcuno la adotterà.
Il destino di una frase è
farsi trovare, farsi scegliere,
farsi pronunciare o scrivere o cantare
o pensare o sussurrare.
E poi diventare eco.
Divenire ripetizione di se stessa,
finché memoria non la scordi.
Sono in moto.
Dopo aver pranzato con un amico,
sto tornando in ufficio.
Accelerazioni, frenate, lievi pieghe,
aria sulla faccia e qualche immagine
che resta impressa sulla rètina.
A un semaforo
mi attrae un terrazzo fiorito.
Vicino al parco
mi pare di scorgere il battito d’ala
di una farfalla colorata.
Farfalle e fiori.
Forse la frase ha bisogno
di farfalle e fiori.
Provo a immaginare farfalle
che parlano a fiori
e fiori che fanno il solletico
a farfalle.
Provo a immaginare equivoci
di farfalle su stelo
e folate di petali portati dal vento.
Provo a immaginare
e imbocco il rettilineo vicino all’Arena.
A metà: strisce pedonali.
Vedo un uomo anziano esitare,
conscio della rarità dell’evento
di auto che si fermano davanti
a quelle righe bianche.
La città ha sempre fretta.
Per simpatia verso il vecchietto
e per il mio indomito spirito polemico
mi fermo, sapendo di costringere
il branco di auto e scooter
dietro di me a fare la stessa cosa.
L’uomo mi guarda.
E indugia.
Gli faccio un cenno lento,
di passare, senza fretta.
Lui annuisce e inizia a camminare,
appoggiandosi appena al suo bastone.
Un idiota dietro di me
strombetta.
Ma non lo sento quasi.
Immagino fiori e farfalle e frasi.
Senza successo.
Poi guardo meglio il vecchietto.
Non ho mai visto Borges di persona.
Ma, se dovessi figurarmelo in carne e ossa,
sarebbe tale e quale a quell’uomo.
Anzi, per un attimo, mi pare che
il vecchietto non possa essere che Borges.
E lui, prima di liberare la strada,
mi guarda e annuisce.
Fiatando con voce confidente
“Le farfalle sono fiori che volano”.
In pochi secondi,
sono avvolto da auto che sfrecciano,
da scooter che spernacchiano
e da tram che sferragliano.
Quando sei a caccia di una frase,
in questa grande città,
non sai mai da dove arriverà.
Oggi, da Borges che attraversava
le strisce pedonali.
(Regalo a una cara amica
che oggi - anzi, vista l'ora, ieri -
ha compiuto gli anni
il pensiero di un minuto
circondata da fiori che volano.)
A caccia della frase,
quella frase che ti gira in testa
solo quando sei distratto
e che, appena presti attenzione
ai tuoi stessi sussurrosi pensieri,
tace e si nasconde
dietro i rumori dei mille movimenti quotidiani.
A caccia di una frase,
da presentare ad altre frasi
già accomodate nel salotto
di un foglio arredato a racconto.
Una frase leggera,
ma necessaria.
Che tenga viva la conversazione
o la sospenda, per qualche secondo.
A caccia di una frase.
Da pescare chissà dove,
in questa grande città,
così chiassosa da sembrare zitta,
così frenetica da pensare che non muti mai.
Eppure questa città deve pur nascondere
la frase, darle asilo, accudirla fino a quando
qualcuno la adotterà.
Il destino di una frase è
farsi trovare, farsi scegliere,
farsi pronunciare o scrivere o cantare
o pensare o sussurrare.
E poi diventare eco.
Divenire ripetizione di se stessa,
finché memoria non la scordi.
Sono in moto.
Dopo aver pranzato con un amico,
sto tornando in ufficio.
Accelerazioni, frenate, lievi pieghe,
aria sulla faccia e qualche immagine
che resta impressa sulla rètina.
A un semaforo
mi attrae un terrazzo fiorito.
Vicino al parco
mi pare di scorgere il battito d’ala
di una farfalla colorata.
Farfalle e fiori.
Forse la frase ha bisogno
di farfalle e fiori.
Provo a immaginare farfalle
che parlano a fiori
e fiori che fanno il solletico
a farfalle.
Provo a immaginare equivoci
di farfalle su stelo
e folate di petali portati dal vento.
Provo a immaginare
e imbocco il rettilineo vicino all’Arena.
A metà: strisce pedonali.
Vedo un uomo anziano esitare,
conscio della rarità dell’evento
di auto che si fermano davanti
a quelle righe bianche.
La città ha sempre fretta.
Per simpatia verso il vecchietto
e per il mio indomito spirito polemico
mi fermo, sapendo di costringere
il branco di auto e scooter
dietro di me a fare la stessa cosa.
L’uomo mi guarda.
E indugia.
Gli faccio un cenno lento,
di passare, senza fretta.
Lui annuisce e inizia a camminare,
appoggiandosi appena al suo bastone.
Un idiota dietro di me
strombetta.
Ma non lo sento quasi.
Immagino fiori e farfalle e frasi.
Senza successo.
Poi guardo meglio il vecchietto.
Non ho mai visto Borges di persona.
Ma, se dovessi figurarmelo in carne e ossa,
sarebbe tale e quale a quell’uomo.
Anzi, per un attimo, mi pare che
il vecchietto non possa essere che Borges.
E lui, prima di liberare la strada,
mi guarda e annuisce.
Fiatando con voce confidente
“Le farfalle sono fiori che volano”.
In pochi secondi,
sono avvolto da auto che sfrecciano,
da scooter che spernacchiano
e da tram che sferragliano.
Quando sei a caccia di una frase,
in questa grande città,
non sai mai da dove arriverà.
Oggi, da Borges che attraversava
le strisce pedonali.
(Regalo a una cara amica
che oggi - anzi, vista l'ora, ieri -
ha compiuto gli anni
il pensiero di un minuto
circondata da fiori che volano.)
