giovedì, 22 marzo 2007
SEMAFORI ROSSI E FIORI CHE VOLANO.

A caccia della frase,
quella frase che ti gira in testa
solo quando sei distratto
e che, appena presti attenzione
ai tuoi stessi sussurrosi pensieri,
tace e si nasconde
dietro i rumori dei mille movimenti quotidiani.

A caccia di una frase,
da presentare ad altre frasi
già accomodate nel salotto
di un foglio arredato a racconto.
Una frase leggera,
ma necessaria.
Che tenga viva la conversazione
o la sospenda, per qualche secondo.

A caccia di una frase.
Da pescare chissà dove,
in questa grande città,
così chiassosa da sembrare zitta,
così frenetica da pensare che non muti mai.
Eppure questa città deve pur nascondere
la frase, darle asilo, accudirla fino a quando
qualcuno la adotterà.

Il destino di una frase è
farsi trovare, farsi scegliere,
farsi pronunciare o scrivere o cantare
o pensare o sussurrare.
E poi diventare eco.
Divenire ripetizione di se stessa,
finché memoria non la scordi.

Sono in moto.
Dopo aver pranzato con un amico,
sto tornando in ufficio.
Accelerazioni, frenate, lievi pieghe,
aria sulla faccia e qualche immagine
che resta impressa sulla rètina.
A un semaforo
mi attrae un terrazzo fiorito.
Vicino al parco
mi pare di scorgere il battito d’ala
di una farfalla colorata.

Farfalle e fiori.
Forse la frase ha bisogno
di farfalle e fiori.
Provo a immaginare farfalle
che parlano a fiori
e fiori che fanno il solletico
a farfalle.
Provo a immaginare equivoci
di farfalle su stelo
e folate di petali portati dal vento.

Provo a immaginare
e imbocco il rettilineo vicino all’Arena.
A metà: strisce pedonali.
Vedo un uomo anziano esitare,
conscio della rarità dell’evento
di auto che si fermano davanti
a quelle righe bianche.
La città ha sempre fretta.
Per simpatia verso il vecchietto
e per il mio indomito spirito polemico
mi fermo, sapendo di costringere
il branco di auto e scooter
dietro di me a fare la stessa cosa.

L’uomo mi guarda.
E indugia.
Gli faccio un cenno lento,
di passare, senza fretta.
Lui annuisce e inizia a camminare,
appoggiandosi appena al suo bastone.
Un idiota dietro di me
strombetta.
Ma non lo sento quasi.
Immagino fiori e farfalle e frasi.
Senza successo.

Poi guardo meglio il vecchietto.
Non ho mai visto Borges di persona.
Ma, se dovessi figurarmelo in carne e ossa,
sarebbe tale e quale a quell’uomo.
Anzi, per un attimo, mi pare che
il vecchietto non possa essere che Borges.
E lui, prima di liberare la strada,
mi guarda e annuisce.
Fiatando con voce confidente
“Le farfalle sono fiori che volano”.

In pochi secondi,
sono avvolto da auto che sfrecciano,
da scooter che spernacchiano
e da tram che sferragliano.
Quando sei a caccia di una frase,
in questa grande città,
non sai mai da dove arriverà.
Oggi, da Borges che attraversava
le strisce pedonali.


(Regalo a una cara amica
che oggi - anzi, vista l'ora, ieri -
ha compiuto gli anni
il pensiero di un minuto
circondata da fiori che volano.)


 

postato da: capitansqualo alle ore 23:47 | Permalink | commenti (3)
categoria:
mercoledì, 07 marzo 2007
ALTA FEDELTA’ ALLO STEREOTIPO.

E’ accaduto oggi.
 
E’ successo che camminavo sul marciapiedi.
Al mio fianco, una fila di macchine.
Una fila di quelle che sembrano interminabili.
E incessantemente ferme.
Automobili immobili,
una dietro l’altra.
Accese.
In attesa di un verde.
Del mutare di un semaforo che sembra sempre lontano.

Cammino e arrivo al semaforo.
La colonna di quadrùruoti
mi pare immutata.
Ma è solo un’impressione.
Come quando la lancetta dei secondi
tocca il quindici.
Sembra che lo faccia ogni minuto.
Ma in realtà non è mai lo stesso quindici.
E’ il quindici del tredicesimo minuto.
Poi è il quindici del quattordicesimo.
E così via. Cambiano ore, giorni, settimane.

La fila di auto è sempre là.
Il semaforo è arancione.
Mi fermo.
Quando il rosso è apparso da diversi secondi,
si ferma anche una macchina.
Mi giro: è una Porsche.
Grigia metallizzata.
Lui: mani sul volante,
orologio di quelli che vanno di moda adesso,
cinturino di plastica trasparente e quadrante
scopiazzato dal Rolex Submariner,
cravatta multicolore,
camicia bianca con tre bottoni sul colletto,
giacca in tessuto grosso, con cuciture a vista.
Cinquantanni. Forse.
Ma forse ben di più.
Lei: da pubblicità della Campari.
Venticinque, trentanni.
Ma forse ben di meno.
Bella, devo ammetterlo.
Devo averlo anche pensato:
“Caspita, che bella ragazza!”.
O qualche sinonimo di pari significato.
Stesso orologio di lui (forse li vendono a paia),
vestito rosso, truccata come se il trucco l’avessero
inventato per lei  (nel portabagagli, vicino alla ruota di scorta,
soggiorna un makeup artist cacciato dagli spot).

Il semaforo continua a essere rosso.
Faccio fatica a smetterla di guardare dentro la Porsche.
Lui se ne accorge.
Ricambia lo sguardo e, senza troppa convinzione,
come obbligato dalle contingenze,
mi rivolge un obsoleto “Embè?”.

Annuisco.
Sorrido.
Rispondo con garbo.

Io: “Niente, scusa, stavo solo pensando.
Agli stereotipi”.

Lui (con soddisfazione): “Io ho montato un Sony
con caricatore e subwoofer.”

Lei (accendendolo): “Con gli mp3!”

Annuisco.
Faccio un accenno di saluto.
Riaccendo l’Ipod.
Per fortuna,
qualche dio benevolo si è inventato
Nick Cave e Darker with the day.
E il mondo torna al posto giusto.
postato da: capitansqualo alle ore 23:48 | Permalink | commenti (4)
categoria:
lunedì, 05 marzo 2007

NOTTE TRA VITA E LAVORO.

Anche stanotte lavoro.
Prolungamento del giorno
con intermezzo di cena.
Fusa di gatto, tuta blu addosso,
tasti che ticchettano e mouse che si sposta
sulla scrivania, a pochi metri dal letto.

E’ strano lavorare di notte.
E’ uno strano tempo.
Ogni volta, è una scoperta.

Inizia con me che preparo una cena veloce
e cerco di rilassarmi.
Accendo il computer
mentre l’acqua s’impegna a bollire.
Mi lavo le mani dopo aver tagliato le verdure
e, appena asciutte, le uso per spostare
dall’hard disk trasportabile
i file su cui lavorerò.

Apro il vino.
Taglio il pane.
Mi dimentico per un’oretta
di ciò che dovrò fare.
Ceno e assoporo.

Dopo cena, come si trattasse di un passaggio
obbligato prima dell’accelerazione,
lavo i piatti, indugiando con le mani nell’acqua.
E, infine, mi concedo qualche minuto
sul divano, per digerire almeno un poco,
e mi gusto un dessert di Paolini:
venti minuti di teatro a suo modo.
Civico.
Qualcosa che fa ciò che il teatro dovrebbe fare:
muovere qualcosa là dove non ci aspettiamo.
Inconsciamente faccio stretching
con le gambe e le braccia.
Forse mi preparo a scattare
per far durare il lavoro notturno
come una breve corsa.

Poi, spengo Paolini e tv.
Metto su un cd e mi siedo davanti al monitor.

Come sempre acccade,
anche senza volere,
m’immagino un’ora.
Mezzanotte o l’una.
E penso che a quell’ora avrò finito.
E andrò a letto.
A leggere o sognare.

Ecco.
Mi perdo nel lavoro.
Conscio di quell’ora che mi attende.
Di quell’appuntamento col relax.

E lavoro con piglio frettoloso,
forse confondendo concitazione con concentrazione.
Finisco una parte.
La guardo.
E capisco che non è esattamente ciò che mi aspettavo.
Ma è notte. Posso accontentarmi.
Ci penserò domani.
Tanto vale dedicarmi alla seconda parte,
ché mezzanotte è arrivata e l’una sarà
qui tra poco.

Ticchetto.
Con le dita sciolte e danzanti.
A metà del percorso, alzo gli occhi.
Li appoggio all’orologio.
L’una e dieci.
Ma non è ancora tempo di dormire.

Così spingo il PLAY e il cd riparte.
Inutile passare in rassegna tutti i cd
per sceglierne un altro.
Tanto finirò tra poco.
All’una e quaranta.
Alle due al massimo.
Ecco: alle due mi laverò i denti e
mi abbandonerò al sonno.

Ogni volta è così.
Manco il primo appuntamento e
immancabilmente deludo anche il secondo.
Le due sono passate e
io sto terminando la seconda parte.
Ma, di nuovo, non sono soddisfatto.
E stavolta il pensiero di rimandare a domani
non mi convince più.
Così, stabilisco di dedicare una mezzora
in più a rivedere quanto ho fatto.
Alle tre, smetterò e andrò a dormire.
Le tre sono un buon orario.
E’ ancora notte,
non mattina presto.
Respiro a fondo e
torno all’inizio del foglio.

Passano i minuti.
A coppie.
Poi a famiglie.
Infine a scolaresche.
E le tre mi trovano impreparato.
La mia revisione sta procedendo con più
scrupolosità di quanto avessi previsto.
D’altronde, che senso ha lavorare di notte,
dedicare la notte al lavoro,
dopo avergli dedicato tutto il giorno,
che senso ha se, alla fine,
non si prova almeno la sensazione
di aver fatto un buon lavoro?

Così assisto a un effetto che solo di notte
può verificarsi:
il tempo rallenta.
Tutto rallenta.
La costanza della lancetta dei secondi
perde importanza.

Mi alzo dalla sedia,
mi stiracchio.
Le braccia in alto sembrano cercare
qualche pensiero che s’è perso vicino al soffitto.
La schiena si stende per disperdere tensione e stanchezza.
Non è forse quello che fanno
i gatti per accelerare il metabolismo
e prepararsi all’azione?
Guardo la mia gatta e so che non appagherà
questa mia curiosità:
dorme, anzi ronfa, sul mio letto.
Prendo in mano la chitarra
e arpeggio cinque minuti di distrazione,
prima di scegliere un altro cd cui affidarmi.
Musica della notte.
Qualcosa che avvolga la testa come
un plaid e si versi in me lentamente.
A quest’ora mi serve un contrabbasso.
E la tromba di Miles.
Alla prime note, mi verso un bicchiere di vino.
E, quando mi siedo nuovamente alla scrivania,
il tempo non ha più potere. Né attrattiva.
Ha importanza il risultato.
Dormire due ore o dormirne quattro non cambia.
Andare a dormire sentendosi a posto con se stessi
conta più di qualche ora di sonno perso.

Ecco: mi viene da pensare che
così andrebbe vissuta la vita.
Sentendosi a posto con se stessi
e non con la lancetta dei secondi,
dei giorni o degli anni.



postato da: capitansqualo alle ore 23:19 | Permalink | commenti (1)
categoria: