mercoledì, 31 gennaio 2007
OGNI TANTO.

Mi viene voglia,
ogni tanto,
di telefonarti.

Ogni tanto,
perso in altri pensieri,
mi è capitato:
ho preso il cellulare
e ho quasi fatto il numero.
Ho sorriso, poi.

Ogni tanto,
mi viene voglia di raccontarti.
Quel che mi accade.
Che giorni sono
i miei giorni.

Di bere un caffè nel bicchiere.
In cucina.
Ogni tanto.

Il distacco della voce,
ogni tanto,
è più strano di quello
degli occhi.

Mi viene voglia
di chiederti cos’hai letto
e cosa stai leggendo.
E di sentirti dire che,
se anche ho tanto da fare,
non devo smettere di scrivere.

Ogni tanto.

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mercoledì, 31 gennaio 2007
NUOVO GIORNO.

E tu ricorda
che ogni nuovo giorno
inizia nel cuore
della notte.
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mercoledì, 17 gennaio 2007
NON E’ ODORE DI PLASTICA.

C’era l’odore del vinile.
Così diverso da quello della plastica.
Vinile sposato all’odore di copertina.
Cartone.
Su un lato, una foto o un disegno
o un logo o un simbolo.
Qualcuno addirittura quattro, di simboli.
Sull’altro, l’elenco delle canzoni.
E dodici erano già tante.
Sei per lato.
Ché la puntina aveva bisogno di spazio,
di solchi comodi in cui correre,
su cui saltellare, a volte,
dando la caccia a microscopici granelli di polvere.
Uno “bzic” dalle casse:
niente più pulviscolo.
Ricordo uditivo coperto da note.

Si alzava la puntina,
una lucina si accendeva.
Lucina puntigliosa:
controllore del quarto e del terzo di giro.
I numeri non avevano sempre lo stesso valore.
A uno il 33 andava stretto
e gli serviva un terzo di numero in più.
A un altro il 45 era abbondante.
Qualcuno aveva bisogno di un po’ di rincorsa in più.
Qualcuno di pazienza.
Bzic e bzac.
Due o tre giri, prima della prima battuta.
Mica tutto inizia da un punto fermo:
il vinile, per esempio, cominciava
con tre puntini di sospensione
e una puntina a batterli senza fretta.

E c’erano copertine doppie,
che si aprivano,
come porte su case private, segrete.
Da tuffarci gli occhi.
Testi, foto, cantanti in posa.
Poche immagini.
Che al tempo – non tanto tempo fa –
la musica non era video.
Era note e pause e battute
e sospensioni e suono e respiro
e rullante da seguire e il basso in controtempo
e tre colpi di tom
e una chitarra a saltarti alla gola
e dirti che non ce n’è,
che devi tirare fuori la voce,
che devi sentire il sangue che scorre nelle vene,
che accelera, che ti fa battere il cuore.

Se l’ascoltavi con le tue grosse cuffie
col cavo a spirale,
dopo un po’ ti venivano
le orecchie rosse e pulsanti.
Se la scatenavi nella stanza,
con le casse al limite del gracchiare,
a un certo punto alla batteria
si univano i battiti sul muro dei vicini.

Ok, ok.
Alla fine di questo pezzo abbasso.
Ma non subito,
diamine,
non ora che comincia l’assolo.

E ritornelli e controritornelli
e tre minuti strumentali alla fine del pezzo.
E tutte quelle cose che oggi
la gente si stufa ad ascoltare.
Se mai le ascolta.
Canzoni di dieci minuti.
Ci sono persone che non se l’immaginano neanche
dieci minuti di musica senza un video
di gangster pieni di gioielli
e ragazzine che fanno finta di cantare.

E, mentre la musica sfumava sul finale,
nessun dj del cavolo a parlare.
Solo note che si allontanavano,
come quelle vecchie auto,
che senti anche dopo che hanno svoltato
e si sono perse oltre la collina.

E di sabato sapevi in quale negozio andare:
non vendevano tutti gli stessi dischi.
Era un mondo diverso,
dove distinguersi e non confondersi.
C’era il negozio dove cercare i dischi nuovi
e quello per i dischi con più di vent’anni sui solchi.
C’era quello dove sapevi di poter trovare
qualche cosa di sconosciuto di Zappa
e quello perfetto per la tua caccia ai bootleg degli Zeppelin.
E c’erano negozi con scaffali pieni di dischi,
corridoi che avresti detto che li avesse progettati Escher:
quei labirinti erano una promessa di musica.
E un’ora e due ore e tre ore
a tirar fuori, lentamente, con rispetto,
i dischi dagli scaffali e la busta interna dalla copertina.
Con trepidazione, ma anche con rituale delicatezza,
come ci si rivolge a un vecchio professore che,
vent’anni dopo aver finito il liceo,
ti sei reso conto che è una persona straordinaria
e che ti ha insegnato molto più della Storia dei libri.

E certi dischi erano protetti da sovracopertine di plastica.
Alcuni erano edizioni originali.
“From Genesis to Revelation” della Decca
e “Electric Ladyland” con la copertina poi censurata.
Come sfiorare la spalla di Picasso!
Ore per sceglierne uno.
Uno solo.
E uscire dal negozio con le dita che odorano di disco.
Di vinile e copertina.
Di polvere di scaffale.
Di ricerca.
E far finta di non aver fretta di tornare a casa.
E poi chiedere alla puntina di girare tutta la notte.
La puntina, ogni tanto, si offendeva.
E si vendicava:
una piccola cicatrice sul disco.
Da quel momento, su quel segno,
al posto di una nota ci sarebbe sempre stato uno “tzac!”.

Ci sono canzoni che per me,
ancora oggi,
a un certo punto,
poco dopo il ritornello,
quando la tastiera cambia e va in sol,
fanno “tzac!”.
Anche se le sto cantando tra me e me.

Ma quell’odore…
promessa di emozioni.
Vinile sul piatto
(tenuto rigorosamente ai bordi),
lucina,
puntina che scende.

Bzic.
Bzac.

…”Can you tell me where
my country lies?
Said the unifaun to his true love’s eyes.
It lies with me, cried the Queen of Maybe,
for her merchandise, he traded in his prize.

Paper late!, “tzac!” a voice in the crowd…”


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lunedì, 08 gennaio 2007
PSICOLOGIA 4

Arrivo al piano,
l’ascensore si apre e,
a pochi metri da me,
si staglia La Porta.

La targa (“Dott. Prof. Ederico Lugamargli. Psicologo.”)
riluce e abbaglia già a questa distanza.
Ottone lucidato e rilucidato.
Chissà che prodotto usano?
“Olio di gomito!”

Salto così in alto che quasi batto la testa sul soffitto.
Come ha fatto? Come ha fatto ad arrivarmi alle spalle
senza che me ne accorgessi?
“Beh, ero in ascensore con lei.
Un trucchetto da niente: basta travestirsi da pulsantiera.”


Sì, solo che qui i problemi sono due:
1) perché Lugamargli parla con la voce di Giannini?
2) le risposte vanno bene, ma come conosce le domande?
Mi legge il pensiero?

“Sia serio: non leggo il pensiero.
E’ che lei è prevedibile!”

Questo spiega solo una cosa.
“E la voce di Giannini?”
“Cosa intende? Sente anche le voci, ora?
Venga nel mio ufficio e parliamone.”


Camminiamo verso il suo ufficio e passiamo davanti
alla indaffaratissima segretaria.
Che ci saluta…
 “Buongiorno, Professore. Buongiorno, Paziente.”
…con la voce di Giannini:
“Buongiorno, Professore. Buongiorno, Paziente.”
Lugamargli non sembra averlo notato:
“Buongiorno a lei, Silla.”
Hanno la stessa voce!
E non è neanche loro!

Entriamo. Mi siedo.
“Allora, mi parli delle voci. Le sente spesso?”
“Beh, solo quando la gente parla.”
“Questa non è una patologia,
forse lei crede di essere malato e non lo è.
E' una persona normale.
Questo la fa sentire frustrato
e desiderare di essere malato.
Ma è sano. Si rassegni.”

“Ma io non voglio essere malato
né penso di esserlo.
E non ho mai detto di sentire le voci.”
“Quindi?”
“Resta io il fatto che lei…la sua voce…
e anche la voce della sua segretaria…
beh, parlate entrambi con la voce di Giannini!”

Lugamargli annuisce lentamente.
Deve averlo studiato:
annuire così, con aria tra il grave e il meditabondo,
fa pensare a uno psicologo serio.
“E questa voce la disturba?”
“Affatto! Trovo che Giannini abbia una voce incredibile.
Potrebbe dirti che sta piovendo e tu cammineresti
con l’ombrello aperto anche in una limpida giornata d’agosto!”
“Già. Capisco.”
“Sì, ma non capisco io: perché lei ha la voce di Giannini?”

Squilla, in quel momento,
uno dei telefoni sulla scrivania di Lugamargli.
Lui sbuffa, si scusa, risponde.
“Sì?…ciao, cara…ho un paziente…
no, no, dimmi pure: è un paziente: pazienterà!
…aspetta, ho la rubrica sulla mensola…
ti metto in vivavoce…”

Lugamargli si alza, arriva alla mensola,
apre una rubrica.
“Trovato. Segnati il numero.”
Dall’altoparlante del telefono,
la moglie risponde.
“Certo, dimmi pure…”

Cerco di parlare, ma balbetto.
Lugamargli inizia a dettare un numero, ma è infastidito
dal mio balbettìo.
“Sia paziente, per favore.”
“A chi dici, caro?”
“Al paziente.”
“E’ paziente?”
“E’ il paziente. Ma è impaziente. Pazienza!
Segna il numero: 28 12 12 34.”
“Grazie, caro. Li gioco oggi stesso.
A più tardi.”

“Ma!”
“Sì?”
“Senta…vada il fatto che sua moglie ha la voce di Giannini,
ma lei segna i numeri da giocare in una rubrica?”
“Lei si sta fissando. La voce di Giannini è nella usa testa.
E l’assegna a chiunque le parli.”

“E non posso assegnarla a me stesso?”
“Provi. Magari funziona.
Così lei diventerebbe padrone della sua ossessione.
Un buon passo verso la guarigione.”

Provo.
Ha ragione Lugamargli.
Devo avere il controllo delle mie ossessioni.
Apro la bocca e mi concentro per parlare con la voce di Giannini.
“L’energia va oltre quello che vediamo.”
Uhm…
“Com’era?”
“Era la voce dell’Orso Yoghi.”
“Sì, mi pareva.”
“Lasciamo perdere per ora. Mi dica:
cos’ha sognato?”

“Beh, c’era una grande renna.”
“Sì, e che faceva?”
“Stretching.”
“Stretching?”
“Stretching! Forse si preparava al Natale.”
“L’ha sognata prima di Natale?”
“Sì.”
“Lei mi porta incubi scaduti! Io voglio incubi freschi!”
“Ma non era un incubo!”
“A maggior ragione. Vada a casa e torni quando ha sognato
qualcosa di interessante!”

Esco, mentre Lugamargli pronuncia le fatidiche parole:
“Prima passi dalla mia segretaria,
paghi e fissi il prossimo appuntamento.”


Sono davanti all’ascensore,
sto per entrare e lasciare il piano.
Penso tra me e me che ormai è la quarta volta
che vengo da Lugamargli, ma non vedo molti miglioramenti.
Se la psicologia è tutta qui,
non migliorerò mai.
Si chiudono le porte dell’ascensore
e una voce mi raggiunge.
E quasi soffiata.
Un sussurro soffiato.
“La psicologia va oltre che vediamo.”










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venerdì, 05 gennaio 2007
VIAGGIO DENTRO IL TRENO.

Treno.
Da Milano a Trieste.
Scompartimento da sei persone.
Quanto mai varie e assortite.

Oltre alle solite considerazioni
(che mi piace viaggiare in treno,
che nessun altro mezzo ha finestrini così interessanti,
che fuori scorre un intero mondo e basta lasciar libero
lo sguardo perché il cervello si senta più vivo,
che ogni viaggio in treno ti permette
di essere qualcun altro per molti chilometri,
che e che e altri che),
mi ritrovo a pensare che quando viaggi in treno
viaggi anche dentro il treno.
Ci sono spicchi di mondo che viaggiano con te.
E ti basta aprire le orecchie o fare quattro chiacchiere
per provare l’esperienza di un viaggio nel viaggio.

Pensateci.
Quante volte vi capita di essere seduti,
per più di tre ore, con:
- una signora quarantacinquenne di una piccola cittadina di provincia
- la figlia di otto anni della suddetta signora
- un uomo sui sessanta, vestito di nero, con una  croce argentata sul petto
- una ragazza chiacchierona sulla trentina
- una signora che tutti noi potremmo chiamare “nonna”
- (un trentasettenne libromunito, che poi sono io)

Non penso di essere una creatura rara se dico
che non mi capita poi molto spesso di trovarmi
immerso in un tale assortimento di persone.
Non è importante di cosa si parli o quanti di noi sei
partecipino alla chiacchierata (io, per esempio, sono assonnato
e non ho voglia di parlare, quindi mi limito ad ascoltare;
il nero signore crociato dormicchia e unisce la sua voce
al gruppetto solo dopo che la trentenne è scesa,
mantenendo quindi invariato il numero di voci partecipanti):
le disquisizioni da treno sono quasi sempre funambolìe qualunquiste,
ritornelli tritiritriti, banalità che si mixano al rumore di treno.
Però.

Già: però, a volte si fanno incontri interessanti e inaspettati
(nella mia personale esperienza, si tratta quasi sempre di anziani
che si sono cibati di pan d’emozione e hanno bevuto diversi
sorsi alla fonte della saggezza).
E poi molto spesso non imparare qualcosa da chiunque si incontri
dipende soltanto dalla nostra scarsa voglia di imparare.

I modi della “nonna”, per esempio, sono il terzo viaggio della giornata:
un viaggio nel tempo. La voce e la cadenza con cui si rivolge
alla bambina mi gettano indietro fino alla mia infanzia.
Mi fanno ripensare a mia nonna e al modo in cui,
a quei tempi, i grandi parlavano ai piccoli.

Il crociato ha una corta barba bianca, incolta,
se quella croce fosse di un prete, potrebbe sembrare
un missionario un po’ burbero.
Dorme senza russare.
E quando, alla fine, si avventa sui discorsi in atto
lo fa con imprevedibile gentilezza e voce quieta.

La trentenne ci tiene a tenere banco.
Si vede che non è una ragazza maleducata,
ma sembra in qualche modo soffrire un pochino
del bisogno di farsi benvolere, anche da un gruppetto
di cinque persone che, passata la stazione di Brescia,
non vedrà più.
Però è gentile, parla con rispetto anche alla bambina,
sorride spesso e solo alla fine rivela
che il suo lavoro è far pagare le fatture insolute
a clienti di società telefoniche o televisive.
Viaggiavamo insieme a un agente segreto nemico
e non lo sapevamo!

La mamma della bambina parla in fretta.
Cita spesso situazioni accadute a conoscenti.
Rielabora la natura del macro-insieme mondo
rapportandolo al mini-insieme della sua cittadina.
Mi piace il suo punto di vista.
Quello che manca un po’ nelle sue parole
è se stessa, l’esperienza diretta.
Ma va benissimo così. Poche ore di treno
non sono abbastanza per mettere alla scoperto
i propri pensieri.

La bambina è educata, gentile,
ha grandi occhi azzurri e sembra serena.
Usa i congiuntivi con capacità.
Cosa che, stranamente, trovo essere più comune
ai bimbi di provincia che a quelli di città.
Mi ritrovo  anche a pensare che l’altra
grande differenza coi bambini di città
è proprio l’educazione.
Chi vive in città sembra non aver tempo per essere educato.
O per usare con rispetto la propria lingua.
In città, si economizza anche in questo.

A Venezia scendono tutti, tranne il crociato.
Proseguo anch’io, ma il silenzio riempie la carrozza.
Così mi piazzo nelle orecchie le cuffie dell’Ipod.
La selezione che ho caricato per questi giorni,
tra tante canzoni che contiene,
tra Miriam Makeba e Killers,
tra Bowie e de Andrè,
tra Einaudi e Pearl Jam,
ha un posticino per Caparezza:
“Trovo molto interessante
la mia parte intollerante”.
Anch’io – devo ammetterlo –
amo la mia.
Ma ogni tanto la metto a riposo.
Oggi, mentre sonnecchiava,
ho passato tre ore ad ascoltare cinque sconosciuti.

Arriva la mia stazione.
Mi alzo, saluto e scendo.
Nero Crociato resta solo nello scompartimento.
E finisco per immaginare che fosse lui l’agente segreto:
silenzioso, ha raccolto i discorsi di tutti.
Ha viaggiato con una mamma che spia il mondo,
una bimba che lo guarda con occhi grandi,
una ragazza che lo abbraccia sperando
di esserne abbracciata, una nonna che lo ricorda
e lo tratta come un amico perso di vista,
un tale con libro e Ipod.
Lo immagino raccogliere le sue impressioni,
tirare un respirone, bussare alla porta del suo superiore
e prepararsi a riferire.
Si avvicinerà a una grande scrivania
e parlerà solo quando gli verrà detto.
Con la sua voce pacata e lieve.
“Forse guardare tutto il mondo insieme è fuorviante.
La visione allargata brucia gli occhi.
Ma non tutto cambia in peggio:
preso a manciate, il mondo è sempre lo stesso.
Ecco: forse sarà un buon anno.”


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giovedì, 04 gennaio 2007
LA PERSONA CHE ERO,
IL PROFESSIONISTA CHE SONO,
L’UOMO CHE SARO’.

Ovvero: proposito per il 2007.

E’ stato un anno lungo dieci anni.
Un anno in cui mi sono messo alla prova
e ho scoperto di che pasta sono fatto.
Risultato: sono più tosto di quel che pensavo.
Ho lavorato dalle quindici alle venti ore al giorno.
Ho lavorato per mesi e mesi senza un giorno di sosta,
nessun weekend lontano dall’ufficio,
nessuna giornata a casa in malattia.
Ho riversato una dose massiccia di passione
in ogni riunione, in ogni pensiero, in ogni progetto.

Ho imparato a secernere energia a comando
e ho inventato una stilla di grinta in più
per ogni giorno in cui mi svegliavo stanco.
No: non sono né pazzo né un patito del lavoro.
Il mio lavoro mi piace e anche molto.
Ma la ragione di una tale superattività è legata
al fatto che quando hai una società
e passi attraverso un anno di calma piatta totale,
tanto da rischiare di dover chiudere, hai due possibiltà:
passare l’anno successivo a spingere come un dannato
oppure abbassare la testa e chiudere
(e, per come sono fatto, la scusante che l’insuccesso
sarebbe quasi totalmente causato dalla crisi economica
non attenuerebbe la mazzata).

Il 2005 è stato un anno di telefoni silenziosi
e fatture stampate su carta velina.
Il 2006, invece, è stato l’anno del duro lavoro
per non chiudere e per recuperare.
Il 2007 sarà quello per rilanciare e tornare sereni.
Non è di questo, però, che volevo parlare.
Ma era necessaria questa premessa.
Quello di cui voglio parlare è il costo.
Perché tutto ha un costo
(e la maggior parte dei costi non ha nulla a che fare coi soldi,
così come la maggior parte dei ricavi.
Ma questo è un altro discorso.).

Per me, il costo di quest’anno dedicato al lavoro
ha diverse voci.
Qualcuna si può immaginare, altre no.
Ma è di una in particolare che voglio parlare:
il fatto che sono peggiorato come persona. 
Nell’ultimo anno, non solo non sono migliorato,
ma sono diventato sempre più arido.

Insomma: credo sia normale avere in mente,
all’incirca, la persona che si vorrebbe essere.
E fare in modo di diventare, pian piano,
quella persona. Perlomeno avvicinarsi.
Una persona antipatica difficilmente potrà
diventare il simpaticone della compagnia
e un timido è raro che diventi estroverso.
Però, il primo può diventare meno antipatico
e il secondo meno chiuso o spaventato.
Ma ciò di cui parlo è più globale.
Non si tratta solo di un lato del proprio carattere,
ma dell’insieme di se stessi.

Dai, lo so: lo fate anche voi.
Avete tutti un modello di persona
cui vorreste somigliare.
Qualcuno se l’è inventato,
qualcuno l’ha riconosciuto in un film,
qualcuno ha un parente o un amico così,
qualcuno lo vede ogni mattina alla specchio.

Io, nel 2006, non ho dedicato neanche una briciola
di tempo, spazio, energia, pensiero,
a spingermi nella direzione della persona che vorrei diventare.
In parte è stato il tributo all'obiettivo lavorativo che avevo.
Una tassa che reputo alta.

Anche il 2007 sarà un anno di forte lavoro:
miro a traguardi molto ambiziosi.
Non sto parlando di soldi o di interviste sui giornali di categoria,
parlo di costruire, di rendere stabile,
di gratificazione professionale.
E magari sì: qualche soldo non ci starebbe male!
Però, voglio arrivare alla fine di questo 2007
scoprendomi un uomo migliore.
Secondo i miei parametri, ovviamente.
Mi farò più domande.
Manderò meno sms e farò più telefonate.
Farò visita più spesso ai miei amici
e li inviterò più spesso a casa mia.
Riprenderò a fare immersioni.
Diminuirò un pochino la quantità di ignoranza che contengo.
Viaggerò di più, vicino e possibilmente lontano.
Camminerò di più.
Spegnerò più spesso il cellulare.
Osserverò di più.
Farò più spesso gli gnocchi in casa
e mangerò più verdura.
Suonerò di più.
Cercherò di capirmi meglio.
Per migliorarmi almeno un po’.

Io non credo in Dio
(lo affermo con la testa, l’anima e il cuore).
E il giudizio che temo più di tutti è il mio.
Credo fermamente nel fatto che il senso della vita
sia racchiuso in un attimo breve e semplice.
Quello in cui chiudi gli occhi per l’ultima volta.
Se in quel momento il mio sguardo sarà sereno e soddisfatto,
allora la mia vita avrà avuto un senso.
Il 2006 non ha contribuito, il 2007 lo farà.

Buon 2007 a voi,
qualsiasi siano i vostri propositi.

postato da: capitansqualo alle ore 21:30 | Permalink | commenti (5)
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