CHARLIE CHAPLIN, GLI SPECCHI
E I RIMASUGLI DI ARABA FENICE.
Pare, si dice, sembra, circola la voce,
una leggenda metropolitana vorrebbe,
è confermato, è smentito,
qualcuno sostiene, c’è chi giura,
si legge, etc etc,
che a Montecarlo,
in un concorso per sosia di Charlie Chaplin,
Charlie Chaplin arrivò terzo.
Non mi interessa sapere se è vero o no.
Personalmente lo reputo altamente plausibile.
Ciò significa che, anche se non fosse vero,
sarebbe benissimo potuto accadere.
Quindi, per trarre qualche conclusione
va bene lo stesso.
L’unico problema è che
più che conclusioni
riesco a trarre solo inizi di ragionamento.
Mi chiedo, per esempio, se non stia a indicare
che per gli altri noi somigliamo a noi stessi
meno di quanto in realtà siamo noi stessi.
In altri termini: chi è che ci vede meglio
(nel senso di vedere meglio noi):
noi stessi o gli altri.
E, nel caso fossero gli altri, gli altri chi?
Tutti? Qualcuno?
E quale qualcuno?
Esistono specchi perfetti?
O dovremmo guardarci in migliaia di specchi
e sommare tutte quelle immagini riflesse,
eliminare le parti che non combaciano
e alla fine credere che il rimanente
sia veramente ciò che siamo?
Oppure dovremmo chiudere gli occhi,
infilarci un paio di cuffie
(non che la musica sia necessaria, ma fa bene)
e cercare di visualizzare noi stessi?
Alle volte, chiudo gli occhi
e cerco di capire come vorrei essere.
Poi scarto la prima risposta che mi viene
in mente.
In genere, infatti, la prima è:
vorrei essere un Brad Pitt
che suona come Paco de Lucia,
scrive come Baricco, cucina come la Sora Lella,
parla come Giannini, zompa come Siffredi
e va in moto meglio di Rossi.
Vi chiederete perché io scarti questa risposta.
Per tre validissimi motivi:
1) non esiste né può esistere un essere così.
2) esiste il rischio che, affidando a un genio della lampada
il compito di farmi diventare così, quello si confonda
e io finisca a somigliare a de Lucia, cucinare come Brad Pitt,
andare in moto come Giannini, zompare come la Sora Lella,
suonare come Rossi e scrivere come Siffredi.
3) Sapete che c’è? Non sarei più io.
Quindi, scartata la prima, passo a riflettere
sulla seconda. E cerco di capire che persona vorrei
diventare nel futuro.
E su quali parti di me posso lavorare
per avvicinarmi all’uomo che vorrei essere
– che so – a quarantanni
(e, porca miseria, comincio ad avere poco tempo!).
E magari, facendo così, già da subito
inizio a somigliare un pochino a quell’uomo.
Chissà. Dovrei chiedere agli specchi,
agli altri o alla giuria del prossimo
concorso per sosia di me stesso.
E I RIMASUGLI DI ARABA FENICE.
Pare, si dice, sembra, circola la voce,
una leggenda metropolitana vorrebbe,
è confermato, è smentito,
qualcuno sostiene, c’è chi giura,
si legge, etc etc,
che a Montecarlo,
in un concorso per sosia di Charlie Chaplin,
Charlie Chaplin arrivò terzo.
Non mi interessa sapere se è vero o no.
Personalmente lo reputo altamente plausibile.
Ciò significa che, anche se non fosse vero,
sarebbe benissimo potuto accadere.
Quindi, per trarre qualche conclusione
va bene lo stesso.
L’unico problema è che
più che conclusioni
riesco a trarre solo inizi di ragionamento.
Mi chiedo, per esempio, se non stia a indicare
che per gli altri noi somigliamo a noi stessi
meno di quanto in realtà siamo noi stessi.
In altri termini: chi è che ci vede meglio
(nel senso di vedere meglio noi):
noi stessi o gli altri.
E, nel caso fossero gli altri, gli altri chi?
Tutti? Qualcuno?
E quale qualcuno?
Esistono specchi perfetti?
O dovremmo guardarci in migliaia di specchi
e sommare tutte quelle immagini riflesse,
eliminare le parti che non combaciano
e alla fine credere che il rimanente
sia veramente ciò che siamo?
Oppure dovremmo chiudere gli occhi,
infilarci un paio di cuffie
(non che la musica sia necessaria, ma fa bene)
e cercare di visualizzare noi stessi?
Alle volte, chiudo gli occhi
e cerco di capire come vorrei essere.
Poi scarto la prima risposta che mi viene
in mente.
In genere, infatti, la prima è:
vorrei essere un Brad Pitt
che suona come Paco de Lucia,
scrive come Baricco, cucina come la Sora Lella,
parla come Giannini, zompa come Siffredi
e va in moto meglio di Rossi.
Vi chiederete perché io scarti questa risposta.
Per tre validissimi motivi:
1) non esiste né può esistere un essere così.
2) esiste il rischio che, affidando a un genio della lampada
il compito di farmi diventare così, quello si confonda
e io finisca a somigliare a de Lucia, cucinare come Brad Pitt,
andare in moto come Giannini, zompare come la Sora Lella,
suonare come Rossi e scrivere come Siffredi.
3) Sapete che c’è? Non sarei più io.
Quindi, scartata la prima, passo a riflettere
sulla seconda. E cerco di capire che persona vorrei
diventare nel futuro.
E su quali parti di me posso lavorare
per avvicinarmi all’uomo che vorrei essere
– che so – a quarantanni
(e, porca miseria, comincio ad avere poco tempo!).
E magari, facendo così, già da subito
inizio a somigliare un pochino a quell’uomo.
Chissà. Dovrei chiedere agli specchi,
agli altri o alla giuria del prossimo
concorso per sosia di me stesso.
