giovedì, 24 agosto 2006
CHARLIE CHAPLIN, GLI SPECCHI
E I RIMASUGLI DI ARABA FENICE.

Pare, si dice, sembra, circola la voce,
una leggenda metropolitana vorrebbe,
è confermato, è smentito,
qualcuno sostiene, c’è chi giura,
si legge, etc etc,
che a Montecarlo,
in un concorso per sosia di Charlie Chaplin,
Charlie Chaplin arrivò terzo.

Non mi interessa sapere se è vero o no.
Personalmente lo reputo altamente plausibile.
Ciò significa che, anche se non fosse vero,
sarebbe benissimo potuto accadere.
Quindi, per trarre qualche conclusione
va bene lo stesso.

L’unico problema è che
più che conclusioni
riesco a trarre solo inizi di ragionamento.
 
Mi chiedo, per esempio, se non stia a indicare
che per gli altri noi somigliamo a noi stessi
meno di quanto in realtà siamo noi stessi.

In altri termini: chi è che ci vede meglio
(nel senso di vedere meglio noi):
noi stessi o gli altri.
E, nel caso fossero gli altri, gli altri chi?
Tutti? Qualcuno?
E quale qualcuno?

Esistono specchi perfetti?
O dovremmo guardarci in migliaia di specchi
e sommare tutte quelle immagini riflesse,
eliminare le parti che non combaciano
e alla fine credere che il rimanente
sia veramente ciò che siamo?

Oppure dovremmo chiudere gli occhi,
infilarci un paio di cuffie
(non che la musica sia necessaria, ma fa bene)
e cercare di visualizzare noi stessi?

Alle volte, chiudo gli occhi
e cerco di capire come vorrei essere.
Poi scarto la prima risposta che mi viene
in mente.

In genere, infatti, la prima è:
vorrei essere un Brad Pitt
che suona come Paco de Lucia,
scrive come Baricco, cucina come la Sora Lella,
parla come Giannini, zompa come Siffredi
e va in moto meglio di Rossi.
 
Vi chiederete perché io scarti questa risposta.
Per tre validissimi motivi:
1)    non esiste né può esistere un essere così.
2)    esiste il rischio che, affidando a un genio della lampada
il compito di farmi diventare così, quello si confonda
e io finisca a somigliare a de Lucia, cucinare come Brad Pitt,
andare in moto come Giannini, zompare come la Sora Lella,
suonare come Rossi e scrivere come Siffredi.
3)    Sapete che c’è? Non sarei più io.

Quindi, scartata la prima, passo a riflettere
sulla seconda. E cerco di capire che persona vorrei
diventare nel futuro.
E su quali parti di me posso lavorare
per avvicinarmi all’uomo che vorrei essere
– che so – a quarantanni
(e, porca miseria, comincio ad avere poco tempo!).

E magari, facendo così, già da subito
inizio a somigliare un pochino a quell’uomo.
Chissà. Dovrei chiedere agli specchi,
agli altri o alla giuria del prossimo
concorso per sosia di me stesso.


postato da: capitansqualo alle ore 17:33 | Permalink | commenti (5)
categoria:
giovedì, 17 agosto 2006
L’ARABA FENICE E IL PUNTO ZERO.

A volte la vita si azzera.
O quasi.
Per scelta, per caso, per fatalità,
per decisione di qualcun altro.

Cambi città o lavoro,
esci o entri in una storia d’amore,
ti laurei oppure vai in pensione,
traslochi o ti sposi,
perdi qualcuno o qualcosa.
In certi casi,
due o più di questi eventi
contemporaneamente.

Poco importa.
Qualunque sia la causa,
l’effetto è sempre quello:
ti guardi allo specchio
sussurrando: “E adesso?”.

La risposta è semplice.
Orazio* e il prof. Keating
non esiterebbero un solo attimo
a suggerirci di trasformare la situazione
in una preziosa opportunità
per mutare.

Mutare la nostra vita migliorando
quanto non ci piace, o almeno tentandoci,
mutare la nostra condizione
domandandoci con sincerità
cosa vogliamo e come possiamo ottenerlo.

Soprattutto, mutare noi stessi
in qualcosa di più vicino
a ciò che vogliamo essere.

Perché, per una legge misteriosa della vita,
mutare e migliorare, cioè evolvere,
sembra essere più facile
quando qualcosa intorno a noi si azzera.
Come l’araba fenice rinasciamo
solo dalle nostre ceneri.

Per cominciare una dieta,
smettere di fumare,
riprendere a fare sport,
impegnarci a imparare qualcosa di nuovo,
partiamo sempre di lunedì
o il primo giorno del mese o dell’anno.

Una sorta di giorno zero.
Forse la ragione è che,
quando qualcosa o qualcuno
ci schiaccia verso terra,
assumiamo senza neanche accorgercene
la posizione più adatta a spiccare un balzo.

Con dolore, con entusiasmo,
con paura o con impazienza,
pieghiamo le gambe,
cerchiamo nei nostri muscoli
o nella nostra anima la volontà
e spingiamo.

L’avete fatto già tante volte.
Ogni tanto, giratevi indietro e
contemplate che salti siete riusciti a fare.

Ecco.
E’ questo che facciamo quando la vita sembra azzerarsi.
Saltiamo.
E, quasi sempre, sorprendentemente,
qualche anno dopo scopriamo di aver fatto
un salto in avanti.

Op!


*piccola precisazione: Orazio, nei Carmina, quando parla di cogliere l’attimo,
accenna anche al fatto che va colto perché solo dell’oggi abbiamo certezza
e non ci è dato sapere cosa sarà il nostro domani.
Ma forse è proprio questo che dobbiamo accettare: l’incertezza di ciò che ci aspetta.
Unita alla certezza di poter rinascere ogni volta. 

postato da: capitansqualo alle ore 16:26 | Permalink | commenti (3)
categoria:
martedì, 01 agosto 2006
E’ CHE, ALLE VOLTE, LE COSE
NON SONO QUEL CHE SEMBRANO.

Arabescava in silenzio, sperduto con la mente
fino quasi a zone abariche.
Soffriva da anni di una certa abasia, forse genetica
(ne soffriva anche un abavo, che era anche cieco,
perché si era abbacinato e poi anche abbarbagliato
mentre, durante una scalata, si era abbarbicato a un fuoco fatuo,
avendo precedentemente abbisciato e finendo
per abbriccare - appunto - alla cieca).
Mentre compiva il suo lavoro, si sentiva decisamente abbuzzito,
cosa che abominava e aborriva abreando
alla propria abulia e acatalessia.
Accaffò una scusa per la moglie e prese ad accagionarla
acciocché ella acciocchisse con lui. Intanto, accismava
e si accorava accosto al tavolo. 
L’acinesia lo rendeva di pessimo umore,
come sempre, e quand’era nervoso ecco che lo colpiva
una tremenda forma di acirologia, seguita
da momenti di improvvisa acribia, sebbene fosse
un babbaccione e un babbusco babbuasso.
Allora, in quei momenti, ecco che baccagliava,
gran bacchillone, senza un attimo di bada,
pronto a badaluccare con qualsiasi baderla si perdesse
nella propria baeria. Trovava questo atteggiamento,
tipicamente femminile, un’intollerabile baiucola
e la contestava in modo balioso e balengo.
Baliva, infatti, balogiamente, che un saggio bazzuto,
balziculando in una bazzoffia, non perché fosse
un barbacheppio o un barbalacchio, ma a causa
di un basimento - forse cagionato da un attacco
di basofobia - quel saggio, comunque, aiutato
da un bastracone, inveì contro la moglie
e ne nacque un batasteo, un battibuglio senza eguali,
tale da mettere addosso una battosoffia incredibile.
Poi, finì tutto in qualche daddolo e la debacle
venne dimenticata nel giro di qualche ebdomada.
Riportò la mente al presente ed eccerpì una frase
di un eccettore, morto da tempo
(ma che lui, a causa di una fastidiosa ecmnesia,
pensava ancora vivo), e la pronunciò in totale ectlipsi.
Effluviava, a dire il vero, peggio di un egotele.
Motivo per cui la moglie stava ben lontana da lui,
benché faceto e ridacchione.
Ella facicchiava solo ciò che doveva fare.
Avesse conosciuto qualche facillimo facimolo facimale
l’avrebbe divulgato con facondia al fado marito
affinché rimediasse alla faglia che la natura
aveva compiuto nella sua testa.
Lassù, infatti, tutto sembrava fané.
Non era una fanfera, tanto ch’ella non lo sopportava
e s’invaghiva spesso di farfanicchi che la fastidiavano
su un fastigio con aria da gabbadei, quasi per gabbo,
con il viso gaetto. La portavano nel loro gagno,
privo di ogni promessa gala e lontano da ogni galloria,
denso di gannire e luogo adatto a modi garosi.
Un gineceo ove, dopo aver messo un disco di guzla
e aver danzato Habanere e altri balli,
si servivano di lei come di un hors-d’oeuvre
a base di huco. Poi, si perdevano in ricordi
di kandahar e bevevano kava.
Lei, triste e pentita, faceva splendide kleksografie
per il marito tradito, meraviglie che nascevano
da semplici labe. Il pover’uomo, soffrendo
di lagoftalmo, laonde  teneva aperte le lappole,
lallerava tutta la notte (in silenzio, rispettoso della sua lalofobia)
osservando i lari (pur soffrendo di xantopsia)
e avvicinandoli con una lassa.
Alla fine, lasso, sorseggiava un lazzo vino.
Triste vita di un triste uomo.
Egli lillava tutto il giorno e lellava tutta la notte.
Finché, un giorno, fuggì in un sogno yogico
a bordo di un yuyù.


postato da: capitansqualo alle ore 18:06 | Permalink | commenti (3)
categoria: