venerdì, 30 giugno 2006
Lasciatevi guidare dal fraseggio rauco
di un sax. Seguite i passi di un contrabbasso.
In fondo a un vicoletto, poco prima dell’ultimo
lampione, c’è il Subway.
Si beve birra. La musica non manca.
E le parole frequentano il locale
fino a tarda notte.
Lo trovate qui:
http://subwaysoulbar.splinder.com/
mercoledì, 28 giugno 2006
SFILACCIAMENTI
Dove sono gli elefanti che volano
e gli alberi parlanti?
Dove hai nascosto le bacche
che trasformano in una farfalla?
In quale foresta si trova il laghetto incantato
sulle cui rive danzano mille fate
e nelle cui acque nuotano pesci fluorescenti?
Dove galoppa l’unicorno
e quale raggio di sole
ha asciugato l’ultima lacrima dello squonk?
Perché l’auto davanti a me
non fa l’occhiolino col faro
e la mia moto non mi parla?
E perché i ponti non cambiano
punto di arrivo, mentre ci sei sopra,
e i tunnel non sbucano in mondi
di panna e cioccolato?
Quando sono svaniti i fiori fatti di sole
e le cascate di luce?
Come fanno le nuvole a stare così ferme,
in mezzo al cielo, senza inventarsi fiabe
da narrare col semplice mutare
della loro forma?
Come mai non sono diventato un pilota
di astronavi, un neuro-trasmettitore,
un incantatore di serpenti o
un ipnotizzatore?
Mostrami un veliero che navighi il cielo
o uno scoiattolo inventore.
Fammi incontrare un mago,
strofinare una lampada incantata,
festeggiare un non-compleanno.
Spiegami perché, quasi sempre,
è con gli occhi aperti che si va a sbattere.
Vita, quanta fantasia sfilacciata
perdi durante la corsa.
mercoledì, 21 giugno 2006
FOTO GRAMMI
Ovvero: la leggerezza di un ricordo
si può imprigionare nella cornice di una foto?
Amo le foto.
Guardarle, farle, esplorarle.
Amo i ricordi scritti.
Le parole nate dal battito di un istante.
Mi ritrovo, però, sempre più spesso
a notare quante persone
hanno una tale paura
di non ricordare certi momenti,
certi luoghi, certi volti,
certi avvenimenti
che ritengono emozionanti o importanti,
da trascorrere quei momenti
con l’occhio infilato nel mirino
di una macchina fotografica
o di una videocamera.
Più coinvolte
dal lampeggiare della batteria
che dal luccicare degli occhi.
Quante volte abbiamo fatto click
davanti a un panorama che
ci ha mozzato il fiato
e, anni dopo,
quella foto non ha saputo
restituirci neanche un grammo
di quell’emozione?
Così penso che potrei gettare
tutte le foto che ho conservato nel tempo,
eliminare tutte le lettere, le mail,
gli oggetti:
i file di una vita.
Non lo farò. Come non lo fa nessuno.
Però sono convinto di una cosa:
eliminato tutto,
la mia memoria manterrebbe molte cose.
Ché certi scorci di mondo,
alcune parole, gli odori di qualche attimo,
le sensazioni di un determinato giorno
ci restano appiccicati addosso
senza bisogno di un cassetto in cui riporli.
Quello che svanisce
è solo il superfluo.
Quello che conta
non se ne va mai.
martedì, 20 giugno 2006
CHE IL TEMPO CI PERDONI.
Che il tempo ci perdoni gli eroi.
Distorti e perduti nella nostra memoria
anche come concetto.
Che il tempo ci perdoni gli errori,
gli “ero” e gli “eri”.
Che il tempo ci perdoni le occasioni perse.
Per pigrizia o paura,
per scienza o arroganza.
Che il tempo perdoni
le nostre scelte, le nostre parole,
le nostre assenze e le nostre supposizioni.
Che il tempo ci perdoni
le lacrime non versate,
le bistecche mal cotte non mandate indietro,
gli “scusa” rimasti in bocca.
Che il tempo ci perdoni
i “forse”, i “chissà”,
i “non so”.
Che il tempo ci perdoni
il poco e il troppo rispetto.
Che il tempo ci perdoni
le esitazioni, i passi felpati,
l’aria indifferente.
Che il tempo ci perdoni
il mestiere di trafiggere i sogni
con troppa realtà.
Che il tempo ci perdoni
gli affanni inutili, i terreni scoscesi,
le burrasche silenziose.
Che il tempo ci perdoni
il bicchiere di troppo
e il gesto trattenuto.
Che il tempo ci perdoni
le risate sguaiate, gli inni facili,
i piccoli rimorsi.
Che il tempo ci perdoni
l’incapacità di sbagliare
con la levità che l’errare richiede.
Che il tempo ci perdoni
le accuse, le scuse
e i rancori.
Che il tempo ci perdoni
gli sguardi negati, i dubbi tralasciati
e persi.
Che il tempo ci perdoni
le emozioni controllate
e l’oggettività.
Che il tempo ci perdoni
ogni supponenza e ogni superbia.
Che il tempo perdoni
le ferite
inferte e subite.
Che il tempo ci perdoni
le parole non lette, non dette,
non ascoltate.
Che il tempo perdoni
ogni volta che ci siamo dati per vinti,
ogni volta che abbiamo fatto finta di non sentire.
Che il tempo ci perdoni
il tempo perso.
Che il tempo ci perdoni
perché il tempo sa perdonare.
martedì, 20 giugno 2006
A FONDO.
Emozioni.
E’ di questo che parliamo.
Sempre. Anche senza saperlo.
E’ questo che cerchiamo,
è questo che fuggiamo.
Le emozioni.
Il senso della vita.
Qualcuno nasconde gli occhi davanti
a quelle negative,
qualcuno teme quelle forti e positive
e sceglie una vita senza picchi.
Tutti vorremmo vivere
in un mondo di felicità
e non conoscere mai la tristezza.
Ci ho pensato.
E ho capito che le emozioni
vanno vissute come vengono.
Per intero. Tutte.
Un respiro profondo
e un tuffo a capofitto.
A fondo.
Per bagnarci completamente
di quelle belle
e risplendere di gioia.
Per graffiarci una volta per tutte
con quelle brutte
e poi lasciarle andare.
Ché cacciare indietro le lacrime
fa solo bruciare gli occhi.
E schiacciare la tristezza
in fondo al cuore
appesantisce l’anima.
Bisogna diventare giaciglio
per le emozioni.
Che ci si adagino sopra
e, la mattina dopo,
riprendano il cammino,
lasciando un lieve profumo
e qualche piega sulla pelle
a testimonianza del loro passaggio.
Essere padroni delle proprie emozioni
non significa renderle innocue.
Ma respirarle a fondo.
martedì, 20 giugno 2006
ESIGO DUNQUE VALGO.
Abbiamo smesso di essere esigenti.
Con chi ci sta intorno,
con ciò di cui ci circondiamo.
Facciamo ogni giorno offesa
a noi stessi:
pappiamo surgelati insapori,
non annusiamo più niente,
facciamo le cose tanto per farle,
accettiamo quel che passa il convento,
stabiliamo traguardi sempre più bassi
anche per la nostra intelligenza.
Ci adattiamo, insomma.
Esigiamo sempre meno
anche da noi stessi.
Ovviamente non è colpa nostra.
Bensì: “è la fretta”,
“è che la tv non trasmette mai
niente di…”, “è la stanchezza”,
“è che gli amici dicono…”.
Una cartina tornasole è l’abuso
dell’aggettivo “geniale”.
Sono GENIALI le canzoncine
che scimmiottano pezzi famosi
cambiando il testo per far ridere
e raggiungono, quando va bene,
il livello infimo che toccavamo
noi alle elementari quando storpiavamo
la sigla di Orzowei
o di Furia Cavallo del West.
Sono GENIALI i tormentoni
estivi come “La camisa negra”
(canzonetta banalmente identica
a mille altre che potete sentire
in qualsiasi fiera di paese,
resa un successo
dal solito lavorìo delle
pigrissime radio FM).
Sono GENIALI i mantra-tantra
su power point che migliaia
di persone si palleggiano via mail
e da cui si evince che la vita è bella
per chi la vede bella ed
è brutta per chi la vede brutta
e, quindi, è meglio vederla bella.
Grazie al bello!
Sono GENIALI le magliette
che parafrasano le frasi dei film
o i titoli dei libri.
Soprattutto perché in sole
quattro parole riescono
a piazzare da uno a tre errori
grammaticali.
Potrei andare avanti righe e righe
con esempi in ogni campo.
Nella nostra epoca
il genio si incontra ovunque.
Così spesso che, quasi sempre,
faccio fatica a riconoscerlo.
Quello che riconosco è che
meno vale ciò che ci circonda
e meno valiamo noi.
Se volete un ultimo esempio,
questo post calza a pennello:
se l’avete letto fin qui annuendo,
siete spacciati.
venerdì, 09 giugno 2006
LE NOSTRE SPEZIALITA’.
Immaginate una scatola.
Una che piaccia a voi,
che vi ricordi qualcosa di bello.
O di buono. O di emozionante.
O di confortevolmente quotidiano.
Immaginate quella scatola.
E pensate a un posto dove tenerla.
Dove i vostri occhi si posino spesso,
anche senza soffermarsi.
Solo un attimo.
Lieve passaggio dello sguardo.
Abbastanza da scorgerla.
Tanto da ricordare al vostro cervello
che la scatola è là.
A portata di mano,
per ogni evenienza.
Poi prendete un po’ di tempo.
Quello bastante per selezionare,
tra tutto ciò che ingombra il mondo,
le spezie che sanno rendere
saporita la vostra vita:
le vostre passioni, ciò che vi emoziona.
Che si tratti del mare o di un cane,
del volto di una persona o delle note
di un arpeggio,
scegliete a questo punto
una parola per ognuna di loro
e scrivetela su un piccolo foglio di carta.
Oppure trovate una foto
o fate un disegno.
Cercate dei simboli o delle metafore.
Ciascuna delle passioni che compongono
i vostri respiri più vivi
abbia una forma,
simile, ma indipendente dalle altre.
Vi troverete, davanti agli occhi,
tanti piccoli tasselli.
Sfogliateli, guardateli, consultateli.
Poi riponeteli nella scatola.
Raccolti, custoditi, ma sempre sotto gli occhi.
Ogni volta che la vita sembra
assottigliarsi,
quando una sera pare più scura
delle altre,
aprite la scatola, rovesciate
sul tavolo i foglietti
e sorprendetevi riscoprendo
quante e quanto emozionanti
sono le spezie della vostra vita.
E’ per questo che si vive,
ci si affanna, si ride, ci si alza la mattina:
per le nostre amate spezialità.
venerdì, 09 giugno 2006
GIU’ DI CORDA, SU DI TONO.
Ieri ho fatto una scoperta
sorprendente ed esilarante.
Complice la chitarra che tengo in ufficio,
di fianco alla scrivania,
e il mutare delle temperature.
Il passaggio dal fresco al caldo
ha scordato la chitarra.
Non completamente:
meno di quanto sarebbe
bastato a far svanire il ricordo
di una precedente alchimia tra i suoni
delle diverse corde e, al tempo stesso,
più di quanto sarebbe servito
a mantenerla abbastanza accordata
da suonare credibile.
Così, quando l’ho presa in mano
e ho accennato un arpeggio,
quello che ne è uscito
sembrava la voce arrancante
di un cantante stonato
(e un po’ sbronzo).
L’effetto delle distonie, vi giuro,
è stato meraviglioso.
Più la chitarra stonava
più l’ilarità si diffondeva.
Così, ho stravolto un po’
Page, Sting, Hackett e Howe.
Una decina di minuti di performance
condita da sghignazzi.
Molto salutare.
La morale è semplice:
alle volte basta scordare una chitarra
per ricordarsi di ridere un po’.