venerdì, 20 gennaio 2006
COME SI CAMBIA
“Non sei più come una volta. Cos’è successo?”
“E’ successa la vita”.
venerdì, 20 gennaio 2006
VERSI DIVERSI
Non so esattamente come né quando.
Intuisco appena il perché.
Fatto sta che, a un certo punto, l’abbiamo perso.
Parlo del nostro istinto animale.
E non solo di quello.
Abbiamo perso quasi tutta la nostra animalità.
Saranno felici quelli che pensano che
un uomo non sia un animale
e che debba allontanarsi il più possibile
dai suoi stessi istinti atavici.
Forse è un prezzo che si paga
in cambio della posizione eretta,
della capacità di produrre carta igienica,
del diritto al voto
e della gioia di possedere un televisore al plasma.
Certo, alcune cose sono cambiate.
L’uomo, per esempio, si veste. E cambia spesso vestito.
L’animale ha un vestito solo: la pelle.
Così, per essere più umani,
abbiamo smesso di sentire gli altri a pelle
e abbiamo iniziato a giudicarli secondo i vestiti.
L’uomo, tanto per fare un’autocitazione, profuma.
L’animale odora. E ciò che penso al riguardo
lo trovate un paio di post fa (“Odoro ergo sum”, 19 dicembre 2005).
L’uomo, se volessimo fare un altro esempio,
comunica a grande distanza.
Telefona, chatta, videoconferisce.
L’animale comunica con versi e movimenti e posture
e odori e colori e impulsi magnetici,
ma sempre e solo a distanza ravvicinata.
Così, per essere più umani,
abbiamo smesso di comunicare con chi abbiamo vicino.
Piccoli esempi a dimostrazione di quest’ultimo punto:
1) sui tavoli di ristoranti e pizzerie ci sono più cellulari che posate;
2) la prima cosa che si dicono due che si incontrano
è “Hey, chiamiamo Paolo, ho il suo numero nuovo!”;
3) in treno ho visto una tizia estrarre il cellulare
e fare il numero salendo in carrozza a Milano
e smettere di parlare ad Ancona
(semplicemente perché si è scaricata la batteria).
E, tra l’altro, doveva scendere a Bologna.
(Pare che un nuovo libro sul bon ton riporti la posizione giusta
in cui mettere un cellulare a tavola quando si apparecchia:
l’ordine è cellulare, cucchiaio e coltello a destra
e auricolare e forchetta a sinistra.
Sembra anche che suggerisca,
nel caso siate a tavola con qualcuno
che sta parlando da mezzora al cellulare,
di stare zitti per non disturbarlo.)
Intendiamoci, non sto facendo un’arringa contro il progresso:
amo l’invenzione dell'e-mail e sono attratto morbosamente
da quella fonte inesauribile di informazioni che è Internet.
Starnutisci e ti chiedi “Da dove arriva la parola <starnutire>?”.
Apri google, cerchi e trovi.
Allora ti chiedi “A che velocità andrà uno starnuto?”
Apri google, cerchi e trovi
(400 kmh, vi rendete conto?
In partenza, frega alla grande anche Schumi!).
E allora ti chiedi “Di cos’è fatto uno starnuto?”.
Insomma, passano tre ore da quando starnutisci
a quando ti rendi conto di doverti soffiare il naso.
Ma è fenomenale: è il sapere alla portata di tutti.
E' sapere che si diffonde. Come il raffreddore.
Mi piace, mi entusiasma.
Sono altre le cose che non mi piacciono.
Perdiamo l’istinto, la sensualità
(quella che ormai pochi riescono a distinguere
dalla sessualità… varrebbe la pena scriverci un post),
la genuinità, l’originalità.
Siamo così concentrati su ciò che possiamo fare
che smettiamo di concentrarci sul farlo.
Se ci pensate bene, è buffo:
a un certo punto,
qualcuno ha deciso che l’uomo non era un animale.
Perché l’uomo ha l’anima.
E gli animali no.
Constatazione quantomeno bizzarra.
Metto due parole vicine:
anima – uomo.
Mmh…
Provo con altre due:
anima – animale.
Beh!
D’accordo, giochetto futile.
Ma forse quello che perdiamo,
lasciando indietro la nostra animalità,
è proprio la nostra anima.
L’anima è, per definizione, animale.
Come il tempo è temporale.
Lo so, lo so:
obietterete che, se la metto così,
allora la cavia è caviale,
la fata è fatale,
la banca è bancale,
il ma è male
e chi sa sale.
(Certo che quest’ultime due…)
Ma – al di là dell’anima - quello che mi preoccupa di più
è che siamo diventati meno spontanei.
E quindi meno veri e più frustrati.
Gli animali seguono bisogni e istinti.
Noi seguiamo le mode.
E ormai riusciamo a goderci
veramente un tramonto
solo se nell’angolo in alto a destra ha il logo MTV.
E finiamo per passare ore
a chiederci perché proviamo certe sensazioni.
Così, cercando di capirle,
smettiamo di provarle.
Mangiamo pensando agli ingredienti o ai valori nutrizionali
di ciò che ci infiliamo in bocca
e smettiamo di gustarne il sapore.
Guidiamo accompagnati dalla voce
del navigatore automatico e
ci perdiamo la bellezza del paesaggio che ci circonda.
Ascoltiamo le parole di una canzone
e ci scordiamo di lasciarci andare
alla bellezza della melodia.
Penso che, alle volte,
dovremmo essere meno umani.
Prendere le cose per ciò che sono
e per quello che ci trasmettono
e farci meno domande sul loro senso.
Rischiamo troppo spesso
di essere così concentrati sui modi per illuminare la notte
da non accorgerci delle lucciole.
giovedì, 05 gennaio 2006
IN ITALIA SIAMO TUTTI GIORNALISTI.
I casi sono due: o metà della popolazione italiana
si è dedicata professionalmente al giornalismo
oppure qualcuno bara.
Già: perché basta accendere la radio o la tv e sintonizzarsi
su qualsiasi canale, per imbattersi in innumerevoli stuoli di giornalisti.
Lasciamo stare quelli dei vari tigì.
Parlo di quelli che conducono
programmacci mattutini oppure pseudo-quiz serali.
E si fregiano del titolo di giornalista.
Parlo di quelli che scrivono le didascalie delle foto
su quei giornali idioti pieni di rivelazioni sui vip
e foto degli ultimi flirt di personaggi
che conosce solo chi legge quei giornali.
Per esempio: Trivella 3000 pubblica l’ultima foto
di Patrizia Bollone nuda. Già, ma chi diavolo è Patrizia Bollone?
Nessuno. Solo che, fra quattro mesi, dopo numeri e numeri
contenenti sue foto nuda o in compagnia di nuovi amanti,
Patrizia Bollone sarà “una di casa” per tutte le lettrici
di Trivella 3000.
Forse è proprio così. Forse sono tutti giornalisti.
Forse il termine “giornalista” è diventato come “professionista”.
Quest’ultimo viene usato in modo assurdo da tanta gente.
Dicono “professionista” come direbbero “avvocato”,
“dottore” o “architetto”.
Alcuni esempi:
1)
“Eh sa, mia figlia ha sposato un professionista”.
Ma “professionista” di che? Del matrimonio?
Uno sposo professionista?
Beh, buona idea: sicuramente, se ci si deve sposare,
meglio farlo con un professionista!
2)
“Ho un amico che fa il professionista.”
Fa il professionista? Cioè?
"Fa" da professionista: è un professionista del fare?
Ottimo, bel mestiere: se c’è qualcosa da fare, meglio chiamare lui!
3)
“I professionisti guadagnano un sacco di soldi!”
Saranno professionisti del guadagno!
Quindi sapranno bene come guadagnare.
Chissà…forse pian piano diventeremo tutti giornalisti o professionisti.
Avete visto come quella “o” là in mezzo cambia le cose?
Tornando ai giornalisti, il motivo per cui tanta gente
s’intrufola nel gruppetto dei giornalisti
non è certo un mistero: pagano meno (a volte niente)
spettacoli, concerti, film e così via.
Una volta le cose erano più chiare:
se scrivevi su un quotidiano oppure facevi parte
della redazione di un tigì,
potevi considerarti un giornalista.
Altrimenti, ciccia!
E quelli che scrivevano sapevano anche scrivere.
Ora i giornali sembrano diventati dei pupazzetti voodoo
di carta stampata per torturare la grammatica italiana.
I problemi cominciano dagli articoli e si sviluppano in ogni direzione:
virgole messe a caso, congiuntivi trafitti e sepolti,
avverbi inventati e accenti piazzati come brutte cicatrici
su parole che non li sopportano.
E la grave malattia dei modi di dire in voga.
Ogni volta che i giornalisti imparano una parola nuova,
devono usarla ogni due giorni.
Successe con “tracimare”, che veniva usata ovunque:
tracimavano esternazioni, tracimavano i gol nel derby,
tracimavano le file in autostrada: i giornali tracimavano tracimazioni.
L’ultima moda è stata quella del lento/rock inventata da Celentano.
Ci sono politici lenti e politici rock, il discorso del Papa è rock
e quello di Bush è lento, l’inflazione è lenta e Valentino Rossi è rock.
Secondo me, i giornalisti sono lenti.
(E non vi darò la soddisfazione di dire che i professionisti sono rock!)